Racconti e Romanzi

RACCONTI E ROMANZI

  RACCONTI                          ROMANZI  RACCONTI Racconto: Il Guardiano Filosofo Pubblicazione: 2020 - Antologia tematica sul lockdown ...

Un viaggio chiamato "Le Porte dell'Oceano"

Uno di quei libri in cui dopo solo due righe ti ritrovi in mondi lontani, esotici, impossibili ma descritti con tanta cura da farteli sembrare reali.

"Le Porte dell'Oceano" è forse tra i romanzi che più, finora, mi ha trasmesso quell'ingenuo e incantato "sense of wonder" che la fantascienza degli anni 50-60 ricercava a colpi di grandi invenzioni fantasiose.


Un naufrago, salvato dai delfini e trasportato in un'isola lontana dove alcuni uomini, dalla storia oscura, studiano il loro linguaggio. Un'avventura a cavallo di quel dilemma umano che lo porta ad interferire nelle cose della natura, nonché nella catena alimentare. Fino a che punto l'uomo può condizionare la Natura a proprio vantaggio?

Un classico ripescato dall'età dell'oro della fantascienza, forte di una narrazione dalla sensibilità puramente letteraria.

Una di quelle letture piacevoli che devono capitare almeno una volta nel corso dell'anno.

RACCONTI E ROMANZI

 RACCONTI                        ROMANZI 





RACCONTI


Racconto: Il Guardiano Filosofo

Pubblicazione: 2020 - Antologia tematica sul lockdown 2020

Editore: Ensemble Edizioni

Sinossi: Un ex studente di filosofia, oggi guardia notturna, pattuglia le campagne del suo paese nei mesi del lockdown, perdendosi tra pensieri solitari e i racconti cospiratori di un suo collega. Una routine che si infrange durante un incontro inaspettato...

Link: Congiunti


Racconto: Pensieri di un Povero Caronte

Pubblicazioni: 

    2019 - Rivista Progetto Babele, numero Agosto Settembre 

    2009 - Rivista Toilet n. 17, Novembre. 

Sinossi: Notte fonda. Solo, nelle campagne aride e desolate, guida una vecchia utilitaria. A fargli compagnia tanti sensi di colpa e un neonato adagiato nella cesta sul sedile posteriore... 

Download gratuito Progetto Babele

 



Racconto: L'ultimo cantastorie della baia

Pubblicazione: 2018 - Antologia racconti d'estate

Editore: Ensemble Edizioni

Sinossi: Un gruppo di fratelli si ritrova sui luoghi "magici" della propria infanzia. Uno di loro, affetto da un ritardo, li guida verso una scogliera alla ricerca di un'ultima traccia...

Link: Racconti d'estate




Racconto: La Guerra in Testa

Pubblicazione: 2013 - Rivista on line, Propositi per il nuovo anno. 

Editore: Atlantidezine 

Sinossi: Sandro e Roberta, vittime della mente deviata del loro capo, si ritrovano a tu per tu con i fucili puntati e caricati a salve. La posta in gioco è il loro posto di lavoro... o no? 

Download gratuito 



Racconto: Il Minotauro

Pubblicazione: luglio 2011- Rivista Inutile Opuscolo Letterario n. 46

Editore: Inutile Associazione Culturale

Sinossi: Una coppia di neosposi si rintana in un vecchio edificio diroccato con l'intento di nascondersi a tutti e far credere in paese di essere via per lungo viaggio di nozze. Intorno a loro la leggenda di un posto spettrale, dentro di loro un segreto non ancora rivelato. 

Download gratuito



ROMANZI


Satyrandroide

Pubblicazione: 2019

Editore: Ensemble Edizioni


Sinossi: E' la storia della fuga di un "criminale" e di un ostaggio che proprio nel loro spostarsi da un posto all'altro scopriranno di avere lo stesso passato, di essere in lotta con gli stessi demoni e di cercare lo stesso tipo di salvezza. Ambientato in un sud Italia diviso tra evoluzione tecnologica e neoprimitivismo è la storia di un viaggio che, pur iniziando da molto lontano, tocca diverse città tra cui Scilla, Matera, Craco e Bari. 


Dalla quarta di copertina. 

Che cosa significa “essere vivi”? Qual è il confine tra la vita e la non vita? I protagonisti di questa storia sono androidi. Che provano emozioni. Eppure sono fuori dal circuito vita: sono macchine e le macchine, si sa, non provano emozioni. "Satyrandroide" è la storia di un viaggio che inizia nelle profondità dello spazio e continua per le colline e i borghi del Mezzogiorno; è la storia di Ulisse, ma anche di Beowulf e di Charlot, e di tanti altri androidi, che per salvarsi – ognuno dalle proprie sofferenze – provano la loro capacità a essere vivi, sfidando quel confine sottile che separa la vita dalla non vita. Nel farlo porteranno a galla il complicato e controverso rapporto che lega gli androidi agli umani, visti – a torto o a ragione – come modelli di perfezione a cui tendere. C’è in gioco, il riconoscimento di una loro, propria, “umanità”.


Disponibile on line su amazon, ebay, Feltrinelli, Ibs, Mondadori Store. Richiedibile in ogni libreria. 

Disponibile anche in ebook su amazon. 



Bibart: Satyrandroide a La Vallisa (con Miguel Gomez, Franco Ferrante e Angela Piazza)

Una presentazione che inizia forse come tante altre, un dialogo sui vari temi del romanzo. Poi la scena è squarciata e il protagonista del romanzo irrompe nella serata... 

Ci siamo divertiti a decostruire l'idea stessa di presentazione di un libro, a farne una perfomance sospesa in cui gli stessi personaggi irrompono nella scena, rubandola di fatto all'autore e al suo interlocutore. 


Come ho sempre detto il lettore è pura linfa vitale per ogni libro, senza di esso un libro è solo carta imbrattata. Per questo ringrazio Miguel Gomez: tutto è partito dal suo entusiasmo e dalla sua emozione da lettore. Ascoltare le sue impressioni su Satyrandroide è stato per me una grande soddisfazione nonché un secondo viaggio letterario (tuttora in essere). 




Ringrazio Franco Ferrante che con la sua "inaspettata" veemenza teatrale ha squarciato la scena e insieme impersonato il mio caro Ulisse. E' stata una grande emozione condividere con lui questa esperienza. Resto tuttavia curioso di conoscere in futuro le sue impressioni da lettore. 


Video di Antonella Leone

Ringrazio l'artista Angela Piazza che si è prestata, col suo stile elegante e la sua energia velata, ad interpretare il personaggio di Margherita. 


Ringrazio tutta l'organizzazione del Bibart Biennale Internazionale d'arte : è grazie ad eventi come questi che Bari, ogni giorno, splende sempre di più. Ringrazio tutti gli spettatori accorsi, curiosi e rapiti nonostante il caldo di un tardo pomeriggio di mezza estate. E soprattutto ringrazio chi pur volendo non è riuscito ad entrare: a questi ultimi, e insieme a tutti noi, va l'augurio di poter tornare a vivere gli eventi senza centellinare gli ingressi, perché la cultura è vita e la vita è tale quando ci si mescola e ci si influenza liberamente come in un rito di eterna rinascita.



Satyrandroide: incontro letterario - dialoga con l'autore Miguel Gomez (Art Director Bibart)

Ci siamo. 

Nell'ambito della Biennale Internazionale d'Arte di Bari, il 19 agosto, alle ore 19, presso l'auditorium Vallisa di Bari torneremo a parlare del romanzo Satyrandroide e di tutto ciò che ruota intorno alle sue pagine, tra immaginario e realtà, storia e finzione, carne e silicio. 

Con me ci sarà Miguel Gomez, artista e art director del Bibart. l'attore Franco Ferrante e la pittrice Angela Piazza. Per questo vi dico già che non si tratterà di una classica presentazione ma di un incontro che sarà conversazione, viaggio, perfomance, inganno e incanto. 

Insomma, sarà un incontro molto particolare. 

Vi aspetto.


Clicca qui per conoscere il programma intero della manifestazione. 

Le promesse tradite del 2001: un ricordo di quei gorni

Il 2001 fu l'anno in cui più di altri si formò la mia coscienza politica. Fu l'anno in cui per la prima volta mi tesserai ad circolo politico, fatto che non a caso avvenne tra due fuochi: il G8 di Genova e l'11 settembre. 

Si parlava tanto in quell'anno, c'era un continuo confronto anche se raramente si traduceva in un incontro tra divisioni. 

Ad ogni modo in quel 2001 c'era nell'aria un certo idealismo, una volontà di cambiamento testimoniata anche da due casi editoriali inaspettati. 

"Il Secolo Breve" di Eric Hobsbawm metteva in qualche modo la parola fine ad un secolo che nella sua inedita velocità si era rivelato travolgente, tragico e disastroso. Il libro passava di mano in mano facendo scaturire una sorta di voglia di riscatto dal secolo e dal millennio che ci lasciavamo alle spalle. 

"No Logo" di Naomi Klein invece era ormai un best seller che arrivava anche tra le mani di chi non poteva definirsi un lettore. Fu un caso letterario che per le sue proporzioni la diceva lunga sull'atmosfera di quel periodo. 

Si diffondeva la percezione che quel capitalismo, tanto decantato dall'indomani del crollo del muro di Berlino, ora stesse creando mostruosità, disuguaglianze e ingiustizie sociali. Politici, intellettuali e persino popstar invocavano un cambiamento di rotta, politiche più sociali che controbilanciassero le conseguenze di un mercato spietato, senza regole e sempre più tendente alla disumanizzazione delle società. D'altro canto nessuno immaginava che la degenerazione che si denunciava era solo all'inizio. 

Le contestazioni al G8 di Genova derivavano proprio da questa ondata di cambiamento, contestazioni che tuttavia non si traducevano in semplici manifestazioni, ma in una vera e propria rete di associazioni (di ogni tipo, anche cattolico) e sindacati attivi e coordinati da un unico ente messo su per l'occasione: il "Genova Social Forum"

Era un dispiegamento di forze intellettuali varie ed eterogenee che si prefissava il compito di uscire alla fine del G8 con documenti ed interventi votati a modelli di sviluppo del tutto alternativi a quelli che avrebbero proposto i capi di stato. Del resto la presenza del neo eletto Bush, con la propensione bellicosa della sua famiglia, e dello stesso Berlusconi, col suo background mafioso, non lasciava molto spazio all'ottimismo. 

Bisognava farsi sentire, ora.

Il G8 quindi diventava un evento di portata storica che attirava inevitabilmente giornalisti, osservatori, attivisti e contestatori da ogni parte del mondo. Proprio per la sua risonanza nasceva la necessità di montare un'organizzazione scrupolosa, attenta e minuziosa dell'evento. Era quindi necessario approntare piani di gestione per certi versi inediti, perfetti, nonchè un'organizzazione che avrebbe dovuto evitare che le inevitabili tensioni sarebbero sfociate in qualcos'altro. 

Ne venne fuori però una città blindata, trasformata in un'immensa caserma abitata per lo più da soldatini di leva o alle prime armi, un gigantesco pollaio in cui regnavano inesperienza, paura e frustrazione (a partire dalle forze dell'ordine). Era una polveriera, insomma, in cui la situazione era già fuori controllo prima che tutto iniziasse. 

Il nostro è un Paese che spesso si rivela incapace di processare gli alti vertici, di giudicare i fallimenti dei dirigenti (nelle aziende private come negli affari pubblici) o semplicemente di intervenire al vertice delle piramidi di potere. E' una zona morta in cui la macchina statale si inceppa e nella quale i media sono soliti allestire un ring in cui le cosiddette "ultime ruote del carro" si scontrano senza esclusioni di colpi. Ne consegue dunque un colosseo mediatico in cui nel caos più totale nuovi gladiatori regalano involontariamente cruenti spettacoli di sangue e morte a masse sempre più affamate.

E mentre il popolo mediatico si divideva tra Placanica e Giuliani, come se stessimo davanti ad una partita di calcio, andava in atto quella che il vice questore definì una macelleria messicana.

Quanto avvenne nella scuola Diaz, e poi nella caserma di Bolsaneto, fu, senza mezzi termini, la più grande interruzione dello stato di diritto dal dopoguerra.


Genova divenne il vulcano di rabbia e rancore che oscurò i buoni propositi del social forum e quindi il sogno di costruire qualcosa di diverso dal secolo precedente. Difatti tutto ciò che venne negli anni successivi lo conosciamo bene, l'abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle: guerre, speculazioni finanziarie, politiche e giochi di potere volti a svilire il lavoro, delocalizzazioni, impoverimento della classe media, etc... In tutto questo I responsabili di quella carneficina hanno continuato a far carriera, e quindi danni, tra istituzioni pubbliche e private. 

Oggi viene da chiedersi cosa resta di quell'idealismo a cui il Genova social forum si ispirava. Cosa resta di quella capacità di guardare avanti e avere una prospettiva. Dovremmo chiedercelo, tutti, sottraendoci magari a tutti quei sterili dibattiti che invece vogliono dividerci e allo stesso tempo assolvere le responsabilità di chi andrebbe invece processato per crimini contro l'umanità.





Qui sotto la ricostruzione tecnica e precisa dei movimenti e delle dinamiche che portarono al disastro di Genova






Ladyhawk: La Magia delle zone d'Ombre

Non ho idea di quante volte l'abbia visto, di certo però quando in seconda media il mio professore di italiano decise di proiettarlo in classe, io lo conoscevo ormai a memoria. 

Ladyhawk è un film che vanta un'attenta contestualizzazione medievale nella quale però si libera una narrazione favolosa dal sapore leggendario. La stessa idea dell'eroe è staccata dalla tradizione che, proprio nel pieno degli anni Ottanta, li voleva esuberanti e allineati a qualche tipo di ordine: qui Navarre è un dissidente nei confronti del potere secolare della Chiesa, un solitario, un dannato, esattamente come la sua amata che si rivelerà nel corso del film. Attorno a loro un fuggiasco e un monaco anche loro in fuga dal passato e alle prese con una propria "maledizione". 

Ladyhawk è un film che ami ad ogni età perchè nel suo essere anticonformista e antagonista sa raccontarti di quanto importanti siano le zone d'ombra e di quanta dolcezza e tenerezza possano celare, e così difendere, nella propria oscurità.

In memoria di Richard Donner



Battiato: un erede degli antichi cantori

Dal periodo adolescenziale ad oggi ne ho avute di fasi musicali, molto diverse tra loro, contrastanti viste dalla prospettiva di oggi, ma devo dire che Battiato è sempre stato presente. Credo che abbia iniziato a seguirlo poco più che bambino quando mia madre, per lo più affezionata alla canzone leggera della sua generazione, si emozionava a sentire alcuni dei pezzi con cui oggi più lo ricordiamo. 

Battiato infondo è proprio questo: un'armonia sofisticata e allo stesso tempo leggera tra la melodia dolce e il peregrinare filosofico, tra le sonorità pop e le sensibilità critiche e per certi versi ostili alla modernità, tra l’osservazione del mondo d’oggi e i racconti e i simboli di mondi antichi e pagani. Un unicum nel panorama italiano, un alieno nella nostra scena musicale (mi verrebbe da dire insieme, forse, a Giovanni Lindo Ferretti dei CCP se quest'ultimo non avesse avuto una triste e imbarazzante parabola discendente). 

Non ho mai amato i pensatori e letterati camuffati da musicisti, e viceversa, nè credo che la musica e i relativi testi possano essere considerata letteratura, ma in Battiato c'è una grandezza che prescinde da tutto, un'innata e spontanea magia con cui riesce a trasformare ogni cosa, anche la più dissonante e scanzonata, in una sublime armonia musicale. Mi viene da dire che Battiato è il naturale discendente di quegli antichi cantori greci che sapevano tessere racconti e divagazioni in versi e musica. Un Omero italiano del Novecento. 

Si, uso il presente perché un grande artista per sua natura sopravvive al suo corpo, in quanto destinato a diventare eterno nei cuori delle genti a venire. Per questo motivo quando muore un grande artista si dovrebbe cantare, suonare, ballare e raccontare storie. Dovrebbe essere il rito con cui l'umanità fa propria una vita piena di meravigliose e vivaci creazioni. 

Grazie Maestro!



Adoro il cinema ma forse proprio per questo non mi piace farne un'indigestione. Quando i cinema erano aperti ci andavo più o meno una volta a settimana. Ora da quando è iniziato questo inverno, con il suo corpifuoco alle 10 e le sale chiuse da ormai chissà quanto tempo, mi sono imposto un film a settimana: il sabato, dopo la piazza, la birra e il cicchetto di sambuca (ognuno ha la sua ritualità). 

Fino ad ora il mio cartellone è stato vario anche se nelle mie scelte è prevalso in gran parte dei casi un debole per il gotico o il sinistro (ma non mi sono fatto mancare film di tutt'altra natura).

Ieri ho recuperato l'ultimo di Aronosvsky, regista che seguo con molta attenzione. 

"Madre!" è un film visionario, cucito apparentemente come una commedia nera e assurda, una degenerazione onirica e sinistra, ma che in verità ricostruisce alla perfezione una storia che conosciamo bene con una simbologia curata con una filologia maniacale. 

Non è un film comprensibile solo a fronte di speculazioni interpretative, assolutamente no: anche se sulle prime dà proprio questa impressione, "Madre!" si basa su una narrazione che rilegge in maniera autonoma e originale un racconto arcinoto (un tipo di narrazione che, se vogliamo, è ampiamente presente nella stragrande maggioranza dei racconti antichi). 

"Madre!" racconta in maniera sovversiva, critica e filologicamente precisa quella storia lì... ma non ve la dico per non rovinarvi la sorpresa e contaminare la vostra esperienza di visione qualora non l'abbiate ancora visto. 

Si, "Madre!" è il capolavoro di Aronosvsky!



Un drubble è un racconto di fantascienza composto da 100 parole. È un mini racconto, uno spioncino da cui osservare la scena di un mondo ben più vasto.
Ecco il mio primo drubble uscito sulla rivista Altrimondi.org.
Buona lettura.


Su "Le Ombre di Morjegrad" (Premio Urania 2018)

Le ombre di Morjegrad è un mosaico sepolto sotto metri di terra che il lettore scopre pagina dopo pagina, rimbalzando tra un personaggio e l'altro, tra una voce e l'altra, rimanendone sempre più intrappolato.
Le vicende del romanzo sono per lo più ambientate nei bassifondi sociali (e non solo) della città, dove si annidano ingiustizie o violenze e affondano i pilastri del potere. Non è un caso infatti che la Morjegrad oscura e sotterranea si riveli agli occhi del lettore uno specchio capovolto, un'enigmatica gemella di quella parte della città che si erge fino all'acropoli. E' dunque un romanzo di paralleli: di storie, di registri e personaggi che seppur ostili e contradditori si rivelano l'uno indispensabile all'altro, uno specchio, appunto, dell'opposto.



Uno dei parallelismi singolari del romanzo è il doppio registro narrativo con cui ogni vicenda viene raccontata, passando dall'io narrante alla terza persona. A voler cercare una geometria di prospettive potremmo dire che l'Io rivela, attraverso il suo protagonista, il corso degli eventi nella contemporaneità del romanzo; la Terza Persona invece trascina dietro di sé il magma umano e sociale insito in ogni personaggio nonché in tutti i fatti e gli eventi che costituiscono l'ordine claustofobico in cui la Cavallero ci scaraventa. Una struttura che seppur possa risultare, nella prima parte del romanzo, disorientante e refrattario ad ogni punto di riferimento, riesce nella seconda parte a ricucire e riannodare le fitte trame che costituiscono la parte più oscura della città. Forse proprio per questo è una lettura che necessita di un po' di tempo, a mio avviso, per permetterle di restituire al lettore il giusto coinvolgimento. 
Narrata con uno stile diretto, ma arricchito di trovate espressive, forte di punti di vista prevalentemente femminili, è una storia di poteri degenerati, di corruzioni e di tanti personaggi, ognuno col proprio mondo, talvolta piccoli come formiche, altre volte incogniti ma giganti al punto da influire o addirittura determinare gli eventi. Unica protagonista del romanzo è Morjegrad, città colonia, antica promessa avveniristica dell'uomo e oggi formicaio di destini, di innocenze perdute e di uomini dannati. Una città la cui sorte è legata indissolubilmente alla redenzione dei suoi stessi abitanti. 
Vincitore del Premio Urania 2018 è un romanzo che, pur nutrendosi di buona parte della tradizione fantascientifica novecentesca, ripropone con originalità una delle utopie più classiche: l'amplificazione delle capacità umane e il superamento dei limiti biologici. Le Ombre di Morjegrad è la narrazione della "caduta di Icaro" in un'era post terrestre.
 

Alcune osservazioni sul film 1917

Devo ammettere che negli ultimi tempi il cinema l’ho frequentato poco ma, chi mi conosce, sa che 1917 non potevo perderlo.

1917 è un bel film di guerra, con un ritmo intenso e un senso di tragicità che enfatizza ogni sequenza. Ma al di là di ogni cosa il film merita attenzione per due aspetti precisi.
Il primo è la scenografia.
Gli scenari di morte nei campi, teatri di precedenti battaglie, ispirano quel senso di disfatta umana che tutti i testimoni della Grande Guerra hanno citato nei loro racconti. Le carcasse dei cavalli, ad esempio, sono una delle icone di quel conflitto, reso tale dalle evocative e fulminanti descrizioni di Remarque in "Niente di Nuovo sul fronte Occidentale" o dalla crescente gravità degli scenari di "Fino all'ultimo uomo" di Manning. Agli occhi di un soldato, moralmente contaminato e caduto in punto di non ritorno per ogni purificazione, l'uccisione dei cavalli (nonché di mucche, cani e altri animali) diventa la rappresentazione più nitida del suo disagio, della sua colpevolezza al di là di ogni schieramento. Mi è quindi piaciuto che in questo film tale iconografia sia entrata di prepotenza nella scenografia, quasi a fungere da terra bruciata, nonché da pietre miliari in quel percorso verso il cuore dell’orrore.
Il secondo è la fotografia.
Le facciate martoriate, le colonne e le arcate orfane degli edifici, le città ridotte a cimiteri di mattoni, sono qui isolate nelle tenebre e dipinte da luci e colori fiammeggianti e polverose, al punto da ricordarmi i colori densi degli scenari presenti in "Trittico della Guerra" di Otto Dix. Per quanto il film si avvalga molto dell'iconografia di quel quadro, in alcune sequenze vi è, a mo avviso, una rievocazioni dei suoi colori e delle sue tonalità.

D’altro canto mi sento di dire che la sceneggiatura è la parte più debole del film: al di là di qualche tematica sparata con colpi da cecchino (come ad esempio la disillusione e la fobia che assalivano i soldati nei rari e brevi ritorni a casa durante le licenze, temi cari a molti romanzi), si presenta scarna e povera di caratterizzazione dei personaggi, scelta forse inevitabile, se non voluta, per un film “esperienziale”, pensato per rapire lo spettatore e traghettarlo nel pieno della Prima Guerra Mondiale e della sua atmosfera.



Qualche parola su "La Pelle" di Curzio Malaparte

“La Pelle” di Curzio Malaparte è uno dei romanzi più pieni, eleganti e pregni di umanità che abbia mai letto. E’ uno di quelli che ti entra nelle pelle, scusatemi il gioco di parole, ti incanta e in qualche modo ti plagia come le parole di un Tiresia moderno. Parlarne non è cosa facile come non è facile dire perché ti sia piaciuto così tanto: ogni capitolo, paragrafo e frase conserva un mondo, una storia, un punto di vista non solo sulla guerra, o su Napoli, bensì sull’intera umanità e sulla sua eroica tragicità.


“La Pelle” racconta di un “viaggio” nella Napoli, nel periodo compreso tra le Quattro Giornate e la battaglia a Monte Cassino, divenuta ormai un inferno di anime dannate in cui gloria e miseria, coraggio e pietà, vita e morte si incontrano e si fondono in ogni angolo. E’ un viaggio condotto dallo stesso autore, nonché protagonista, tramite una sublime prosa, potente ed evocatrice, capace rappresentare in un solo colpo le cose e la loro anima. La sua prosa è un prodigio ubiquo: le persone, i luoghi e le cose vengono svelate non solo nella loro forma e nelle loro espressioni, bensì anche nella loro natura più intima e profonda. La sua scrittura è una pennellata magica, una poesia che sa percorrere millenni, chilometri e altezze in poche e calibrate parole. 


A condurre questo viaggio, insieme all’autore, i suoi amici alleati, principalmente americani, senza dubbio onesti e armati di ottime intenzioni, ma tuttavia distanti dal mondo di Napoli più di quanto essi stessi possano credere. Sono collocati in una parte della storia che, al di là di ogni retorica, li vede come dei novelli normanni, saraceni, angioini, ovvero ennesimi invasori ignari del labirinto nel quale si stanno perdendo. C’è però un ulteriore elemento che li distacca: è quello di essere americani e quindi di provenire da un mondo nuovo ma allo stesso tempo semplice, in cui tutto pare perfettamente distinto con molta chiarezza, a partire dai concetti di bene e male, di vittima e carnefice, di vittoria e sconfitta. Malaparte conduce gli americani in una Napoli stratificata, dannata e inafferrabile, "una Pompei mai sepolta", che capitolo dopo capitolo si presenta sempre più come nucleo originario di un’Europa antica e pagana, dove ogni cosa, per quanto possa sembrare contraddittoria e bestiale, è indispensabile all’altra. Una grande madre che, seppur flagellata e distrutta, custodisce i segreti più reconditi e profondi dell’umanità e dei suoi moti, una dimensione originaria nella quale nessun confine può essere netto. Quello a cui gli americani assistono, quasi mai consapevolmente, è un continuo capovolgimento di prospettive in cui i vincitori diventano vittime, gli invasori schiavi, il bene male e viceversa, in una danza di eventi ed elementi che assume sempre più la forma di un nuovo sacrificio: si perché Napoli, sofferente e distrutta, non è solo la culla dell’Europa ma anche l’inestimabile tesoro che l’uomo sacrifica per la propria sopravvivenza e più precisamente per la fine del conflitto. Malaparte, come un moderno Virgilio, conduce i nuovi ingenui e tormentati Dante, gli americani, nei teatri di questo sacrificio, arrivando ai piedi di un’entità distruttiva e allo stesso momento paterna, il Vesuvio, che rappresenta a pieno la natura energica, contraddittoria e antica dei suoi figli. 
Forse sono tutte parole al vento: “La Pelle” è un romanzo che va vissuto a pieno paragrafo per paragrafo, in una esorbitante sequenza di immagini, dialoghi e riflessioni di sovrumana bellezza, un’esperienza letteraria divina, nel senso più classico del termine, e in quanto tale stregante.      

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 25: La Fine del "Dietro le Quinte"

Siamo giunti alla fine di questo “Dietro le Quinte” di Satyrandroide, un percorso di venticinque tappe (come il numero di capitoli), che ha proposto venticinque elementi che potrebbero averne ispirato e influenzato la scrittura. Si, usiamo il condizione perché questo, infondo, è stato solo un gioco fatto di citazioni, riflessioni e percorsi. Nessuno saprà mai cosa abbia davvero determinato la creazione di un’opera: le variabili sono tante e imprevedibili e per loro natura sfuggono anche al critico più attento o all’autore più consapevole. 
Tuttavia su una cosa si può essere sicuri: tutto quello che facciamo è frutto di un processo combinatorio. Come diceva Pietro Citati nel bellissimo saggio sui miti omerici “La Mente Colorata”: la creazione spetta agli dei e ha facoltà di generare tutto dal nulla; la creatività né è solo un suo pallido riflesso e si basa su un processo combinatorio di elementi di cui l’uomo è già in possesso. 


Tante sono le cose che avrei potuto inserire e che possono aver avuto una qualche “voce in capitolo” nel misterioso processo creativo. Avrei potuto citare per esempio il mio anno come bibliotecario presso il dipartimento di geologia di Bari, o gli anni di studio a Lettere, i racconti di guerra del vecchio Ciccio, i film Matrix o Il Figlio degli Uomini, il romanzo Branchie di Ammaniti o Io Sono Leggenda di Matheson. Avrei potuto citare Mutter dei Rummestein o Gommalacca di Battiato e così via. Ma come ogni buon gioco c’è un inizio e c’è una fine, in mezzo il gusto di divagare e perdersi senza dover per forza avere un ordine preciso. Del resto, come dissi nel primo appuntamento di Tra la Penna e il Calamaio, questo percorso voleva essere anche un modo per accompagnarvi lungo quella strada che divide il lettore dal libro.

Sono passati cinque mesi dalla pubblicazione del romanzo, un tempo breve per quanto concerne la vita editoriale di un libro, ma sufficiente per ricevere le prime reazioni: recensioni entusiaste e analitiche da blog letterari, critiche che hanno sottolineato punti forti e deboli del libro, opinioni che hanno svelato letture personali. Un primo gruppo di lettori, insomma, che, attraverso la propria esperienza, ha fatto sì che quel cumulo di carta imbrattata diventasse un libro. 
Ho ascoltato lettori che l’hanno divorato, altri che stanno volgendo al termine, altri ancora che l’hanno appena iniziato, o che l’hanno inserito nella propria ideale lista dei libri da leggere. A chi lo sta leggendo o lo leggerà auguro una buona lettura. A tutti coloro che invece l’hanno già finito chiedo di esprimere in qualche maniera un parere o raccontare la propria esperienza di lettura nei diversi modi possibili. 
Come? Vi starete chiedendo. 
Come preferite vi rispondo. Di persona, o con un messaggio privato o pubblico. Certo, a me farebbe piacere che lo scriviate su uno dei canali di vendita on line (come Amazon, Feltrinelli, Ibs, Mondadori Store, etc), o sui vari portali letterari (come Goggle Books). I commenti pubblici aiutano la diffusione di un libro. Infine è disponibile anche la pagina Androide Ulisse, un pagina facebook pensata per raccogliere la rassegna stampa relativa al romanzo, ma ottima anche per accogliere opinioni e riflessioni. 
Nulla vieta, ovviamente, di parlare della vostra esperienza di lettura davanti ad una birra e di esprimerla anche su una piattaforma on line. In tutti i casi vi chiedo solo di essere sinceri e onesti: i commenti falsi (anche quelli mossi da ottime intenzioni) non aiutano mai. Dite ciò che vi va perché un libro è sempre un’esperienza personale e irripetibile ed è bello che questo emerga anche nei commenti. Positivi o negativi che siano.



Ringrazio tutti per avermi seguito in questo percorso e per aver fatto entrare Satyrandroide nel vostro mondo. Per tutto il resto vi rimando ai prossimi incontri e presentazioni (di cui darò notizia prossimamente). Se la vita editoriale di Satyrandroide è ancora agli albori, da “Tra la Penna e il Calamaio” è tutto.
Buona lettura.


Satyrandroide è disponibile on line (su Amazon, Ebay, Ibs, Mondadori Store, Feltrinelli) e in Liberia. Se non presente a scaffale è possibile ordinarlo, sarà disponibile in pochissimi giorni.

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 24: I Girasoli

C’è un film di Vittorio De Sica che rispetto a tanti altri è passato immeritatamente in sordina. “I Girasoli” è, a mio avviso, uno dei suoi più grandi capolavori. Credo che questo film sia tra i pochi che siano più riusciti a raccontare la guerra non solo per quello che è ma soprattutto per come essa determini la vita e la sensibilità delle persone.


Tra le tante scene memorabili ne voglio ricordare una. 
Siamo alla fine della disastrosa campagna russa italiana, le armate italiane si stanno ritirando e il freddo, il vero nemico, divora lentamente forze fisiche e mentali. L’avanzata disordinata e lenta, dominata da una tacita disperazione, ricorda le marce stanche di “Sergente sulla Neve” di Stern e non escluderei che De Sica ne abbia tratto ispirazione. Mastroianni (in una delle sue interpretazioni più sublimi) e il suo amico scorgono ad un tratto una baita e con le poche forze rimanenti vi si precipitano. Il loro è un passo nervoso e spericolato per via della neve che inghiotte ogni loro piede e per la stanchezza che tende ad abbatterli al suolo. Giunti lì, aprono la porta e l’inquadratura dei due volti tradisce un indicibile orrore. Dobbiamo attendere pochi secondi per comprendere cosa i loro occhi spaventati stiano vedendo. La sequenza successiva infatti rivela un gruppo di uomini in piedi, radunati nella penombra, fermi e appoggiati l’uno all’altro. Hanno tutti il capo chino verso il basso e i loro corpi ondeggiano lievemente sulle gambe in un silenzio saturo di morte. E’ una scena raggelante: sembrano morti in piedi ma non lo sono, almeno non ancora. Dormono soltanto. Sono tanti, troppi per quella baita in legno, e per quanto non rappresenti un valido rifugio resta un posto prezioso contro il freddo che infuria e decima senza pietà. Proprio lì il calore non è dato dal luogo chiuso ma dai corpi vivi dei commilitoni. E’ una scena forte, per certi versi spettrale, che dà la dimensione della tragedia e anticipa l’evento che sarà chiave per tutto il film.


Negli anni sono sempre stato più propenso ad affrontare il tema guerra, sia attraverso le testimonianze dirette sia attraverso libri e film. Al di là di ogni retorica credo che in questo tema si celino molti interrogativi non solo sull’animo umano ma, più in generale, su tutti gli aspetti della nostra vita: i sentimenti, i confini, gli stranieri, il viaggio, la conoscenza, la paura, la morte, l’amicizia, l’amore, l’odio. La guerra è lo strappo degli strappi e nella sua tragicità ci può raccontare molto più del suo contesto preciso, forse anche per le mancanze onnipresenti e le presenze fuggite, per le atmosfere opprimenti e per l’incapacità di comprendere cosa stia accadendo e il perché si è lì in quel momento. E’ come se agli occhi di chi ci sta dentro le “ragioni politiche” di un conflitto fossero insondabili o addirittura irrilevanti in quanto il vero nemico nella guerra non è quasi mai il soldato dell’esercito opposto, bensì quel senso di alienazione e disturbo che sfugge ad ogni possibile definizione. Da questo punto di vista “I Girasoli” è un film che colpisce in pieno e forse proprio per questo l’ho rivisto più volte durante la scrittura di Satyrandroide.

Buona visione e buona lettura.


Satyrandroide è disponibile on line (Amazon, Feltrinelli, Mondadori Store, Ibs, etc) e in libreria. Se non disponibile a scaffale è possibile richiederlo, sarà disponibile in pochissimi giorni.

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamio. 23: America.

“America” di Kafka è tra i romanzi che forse mi hanno più rapito. 
Ogni volta che mi tuffavo tra le sue pagine ero “vittima” di un rapimento totale, una condizione di semi estasi in cui talvolta mi sembrava di seguire le vicende di Karl Rossman come se gli fossi accanto, o mi ritrovassi da solo con lui in una stanza. O subissi in prima persone le sue stesse angherie. 


Fu una esperienza di lettura forte, totalizzante, in cui il piacere di essere immerso a pieno in un libro contrastava con la sensazione del protagonista (e quindi del lettore) di pericolo incombente e di spaesamento in un mondo troppo grande. 
Ecco, credo che una delle cose che mi siano rimaste impresse di “America” è proprio questo: l’essere mandati allo sbaraglio (come già fa intendere il bellissimo e folgorante incipit) e il barcamenarsi in quel mondo nuovo, stracolmo tuttavia di violenza, di minacce che fioccano in ogni dove, di ostilità dilaganti. Karl Rossman è a suo modo un personaggio piccolo, debole, un moderno Pinocchio, messo in una gigantesca fossa dei leoni. Forse proprio per questo ti ritrovi, ad ogni pagina, a fare il tifo per lui. E’ inadeguato, è privo di difese, debole, ma tuttavia, nonostante la crudeltà imperante, sembra essere votato, o destinato, a sopravvivere a tutto quanto.

Karl Rossman mi è sempre rimasto in testa, insieme al suo bagaglio di vicende e sensazioni e oggi, pensando al protagonista di Satyrandroide, credo di poter dire che in qualche modo sia stato ispirato dal personaggio di Kafka. Un piccolo, debole e complesso uomo buttato in un qualcosa di sterminato e allo stesso momento ostile. Non so se è proprio così, nessuno potrà mai saperlo, ma mi piace pensarlo.


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SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 22: Frankenstein di Mary Shelley

Non mi piace parlare di “generi”. 
Quando mi capita di parlare di un libro cerco sempre di esprimere qualcosa relativo alla mia esperienza di lettura, fuggendo qualsiasi classificazione.

Quando ho iniziato a scrivere Satyrandroide non avevo idea di cosa ne sarebbe venuto fuori. Si, avevo delle idee in cui reale e “irreale” si mischiavano ma di certo non avevo intenzione di entrare nella cerchia di autori di Fantascienza, o di essere inserito in un ipotetico elenco in quanto tale. Se la mia cultura personale è intrisa di libri e film di “fantascienza”, nel momento in cui scrivo resetto ogni influenza in maniera tale da trattare ogni invenzione letteraria e poetica come un elemento intrinseco alla natura dei personaggi, dei mondi e delle vicende che sto raccontando e non relativo ad una precisa sfera culturale.

Per tanto, anziché di genere preferisco parlare di percorsi letterari. Prendendo il caso della cosiddetta “Fantascienza”, credo che tutte le storie riconducibili a questo termine abbiano più o meno un elemento in comune: quello di svelare tutti gli aspetti del progresso umano e interrogarsi, allo stesso momento, sulle sue origini e sulle sue dinamiche. E’ un concetto che ce lo ha spiegato Mary Shelley, quasi duecento anni fa, scrittrice di formazione classica e autrice del primo vero grande capolavoro di “fantascienza”: Frankeinstein (è proprio il sottotitolo a tradire la sua propensione classicistica: “ovvero il Prometeo Moderno”).
Mary Shelley non ha semplicemente scritto un bellissimo romanzo, ma ha aperto le porte ad un nuovo percorso letterario, basato su un’osservazione del progresso umano e sulla rappresentazioni “fantasiosa” dei suoi reali dualismi, che qualche decennio dopo gli anglosassoni avrebbero battezzato come “fantascienza”. In altre parole ha dato al mondo una nuova sensibilità.


Frankestein è tra i miei romanzi preferiti non solo per quel dualismo sopra citato, ma per l’umanità con cui l’intera vicenda è sviluppata, un’umanità che deriva direttamente dall’impronta fortemente classicista della scrittura. Il romanzo riesce infatti a traghettare una sensibilità e una conoscenza neoclassiche nella modernità ed è forse in questo preciso passaggio che nasce quella che oggi volgarmente chiamiamo fantascienza: laddove un tempo gli uomini si elevavano verso gli dei, nell’Ottocento gli uomini si elevano oltre i confini naturali. Tuttavia la tragicità della sua condizione non cambia. Ed ecco quindi il mostro di Frankeistein a testimoniare allo stesso tempo il coraggio e il destino dell’uomo: se Prometeo precipita dopo essersi bruciato le ali, il dottor Frankestein “precipita” sotto i ricatti della sua stessa creatura, personificazione di genialità e follia, nonché massima espressione del suo destino.


Credo che in Satyrandroide ci sia molto del “Prometeo moderno”, come del resto in tanti altri romanzi di fantascienza. Uno tra tutti, direi, lo stesso personaggio di Beowulf, a suo modo prodotto delle più scellerate intenzioni dell’uomo e rappresentazione della sua “caduta”.


Satyrandroide è disponibile on line (su Amazon, Ebay, Ibs, Mondadori Store e Feltrinelli) e in Libreria. Se non disponibile a scaffale è possibile richiederlo e riceverlo in pochissimi giorni.

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 21: Dylan Dog

In occasione del trentennale di Dylan Dog scrissi per la pagina Combinazione Casuale, del mio amico Francesco, un pezzo che raccontava il mio incontro col fumetto bonelliano. Partendo dalla dimensione più personale mi spingevo in una divagazione sull’indagatore dell’incubo e sul suo enigmatico mondo.


Fu un tributo personale e insieme un atto filologico, nel senso proprio dell’amore per la parola, verso quel fumetto. Ho vissuto parte della mia adolescenza tra le sue pagine, ho iniziato ad inventare storie ispirandomi al suo mondo (ho più volte detto che iniziai dapprima a disegnare fumetti per poi affidarmi al solo potere evocativo della parola). I miei primi racconti erano in qualche modo debitori dei suoi mostri e dalla sua poetica e seppure da quei primi racconti siano ormai passati oltre vent’anni, qualcosa di indelebile continua ad influenzare il processo di scrittura. Credo.

 

Oggi non leggo più fumetti in quanto trovo difficoltà ad abbinare in un’unica dimensione narrativa parola e disegno; d’altro canto mi capita di sfogliare qualche albo e riscoprire storie che mi sono rimaste nel cuore. Tra tutte ne cito sovente tre. Tre storie molto diverse tra loro, per soggetto, per punto di vista e tipo di narrazione; tre modi, oserei dire, di raccontare: Morgana, Il Lungo Addio e il Mosaico dell’Orrore (leggeteli se non l’avete ancora fatto, ma dopo Satyrandroide). Quando penso a queste tre storie mi viene da pensare al fatto che Dylan Dog, forse, è stato per me la primissima scuola di scrittura. Non so dire quanto di quella prima scuola di scrittura sia presente in Satyrandroide, ma sono convinto che qualcosa ci sia. Giuda Ballerino!


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Combinazione Casuale

Negli anni 2004 - 2005 fui redattore, insieme ad altri amici e colleghi universitari, di una rivista letteraria, di facoltà, chiamata “Combinazione Casuale”. Fu un'esperienza entusiasmante, dinamica e ricca di stimoli.

Ora, qualche giorno fa su Instagram mi contatta Mauro, uno degli autori che prese parte a quel progetto. Mi invia il link di un post del suo blog, in cui un anno fa raccontava proprio di quell'esperienza. Sentirlo dopo tanti anni e leggere quelle parole è stato per me molto emozionante.

“La vita è fuggevole, si, ma c’è sempre qualcosa che resta”, recitava il titolo dell'Uscita numero Tre. E oggi è proprio il caso di dirlo. Ecco qui il suo ricordo di quei giorni.


P.s.: anche lui, oggi, per una curiosa combinazione casuale, fa parte della scuderia Ensemble

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 20: Il Buono, il Brutto, il Cattivo

“Il Buono, Il Brutto e il Cattivo” è uno di quei film che potremmo rivedere decine di volte senza mai abituarci: i volti scavati da estenuanti cavalcate, le frasi forgiate nello stesso metallo delle pistole, le melodie che intonano il silenzio di un deserto in fiamme e gli sguardi che in un istante sanno raccontare una vita, avranno sempre qualcosa da dirci.


Ho sempre considerato il capolavoro di Sergio Leone la massima espressione di una grande stagione epica che, in qualche modo, riusciva a restituire la dannazione, la tragicità e il dualismo dei racconti omerici nel contesto selvaggio del Far West. Sui suoi personaggi Sergio Leone diceva che “I buoni possono fare cose cattive e i cattivi possono fare cose buone”. E anche se non si intravede un destino, aggiungerei, né divinità che lavorano affinché questo si manifesti, i personaggi di Sergio Leone affrontano la crudeltà del loro mondo con una sorta di sorriso beffardo, una trasmutazione involontaria di quell’eroismo con cui gli eroi greci affrontavano la loro sorte. In un mondo che ghigna, un sorriso di rimando è già di per sé il primo proiettile sparato. 
“Dormirò sonni tranquilli, ora che il mio peggior nemico veglia su di me”
I personaggi sono maledetti, una maledizione che è presente nella terra che calpestano, nelle pistole che maneggiano, nel fiato con cui danno suono alle parole e in tutto ciò che compone loro stessi. Insomma sono maledetti per il solo fatto di vivere e di questo ne sono perfettamente consapevoli. A fronte di questa loro condizione, ciò che c’è buono e ciò che c’è cattivo si fondono in un’unica polveriera, due concetti che diventeranno distinti e diversi solo quando i personaggi troveranno quanto avranno a lungo cercato. Perché in quello stesso momento, insieme al “tesoro” tanto agognato, troveranno il loro destino.

I personaggi principali di Satyrandroide sono tre, esattamente come in Satyrandroide, ma sarebbe troppo semplice e banale dire che questo sia derivato da “Il buono, il brutto e il cattivo”. Forse è stata una semplice coincidenza. D’altro canto sono più che convinto che il capolavoro di Sergio Leone, insieme alle musiche di Ennio Morricone, mi abbiano fortemente influenzato sin nella costruzione dei personaggi. 



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SATYRANDROIDE - Tra la Penna e il Calamaio. 19: Matera

Lungo questo backstage letterario ho dedicato diversi post alla Basilicata, anche se non è l’unica regione in cui si svolgono le vicende del romanzo. E proprio con la Basilicata voglio chiudere l’ultimo intervento riguardante un luogo (e uno degli ultimi in generale, visto che ne saranno venticinque, esattamente come i capitoli del libro): Matera. 


Di Matera se ne parla tanto in questi giorni ed io per primo ne avrò parlato spesso, qui o in altri contesti. Per questo motivo, a differenza di tutti gli altri post, vorrei solo proporre un breve estratto del romanzo, uno di quelli che ho letto durante le presentazioni. 


Quello che vediamo nel mondo che ci è attorno è in qualche modo frutto anche di quello che siamo. Forse, chissà, fu proprio questa riflessione a ispirarmi e a indurmi a sceglierla tra i tanti luoghi del romanzo: non solo una città ma un'espressione di un'evoluzione naturale contrapposta a qualcosa di artificiale che cerca la propria "natura". A circa metà libro il protagonista, dopo un lungo e tormentato viaggio, vede per la prima volta questa città sviluppata lungo la parete di una gravina. Ecco quanto che si rivela al suo sguardo.

“[…] quando Ulisse vide quella città aggrappata alla roccia, afferrarla fino a scavalcarne la vetta, restando poi in un equilibrio millenario quanto precario, ne rimase spiazzato, assalito quasi da un senso di vertigine. Ma quel senso di vertigine era contrastato da una sorta di armonia naturale che tutte quelle costruzioni, seppur così vicine e arrampicate l’una sull’altra, offrivano a uno sguardo d’insieme. Seppur artifici umani, tutte quelle casupole sembravano come una naturale evoluzione della roccia che le ospitava. Come era possibile tutto ciò?”.


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SATYRANDROIDE. Tra la Penna e il Calamaio. 18: Satellites and Astronauts

Gli In Flames sono tra le band che più ho ascoltato negli ultimi anni e nel periodo della stesura di Satyrandroide. Potrei citare diversi loro pezzi ma tra i tanti ho preferito “Satellites and Astronauts”.


E’ un pezzo in cui giri intimistici di chitarra si alternano a esplosioni granitiche, come a dare un suono alla conflittualità tra un dentro e un fuori, tra il mondo che custodiamo e quello in cui abitiamo. Anche la voce di Andreas Friden, a volte placida altre volte ringhiante, ci restituisce proprio l’esperienza di un uomo, alla deriva nello spazio profondo, fluttuante tra momenti di riflessione profonda e sgomento per l’infinto che gli si apre intorno. 


Forse proprio per questa sua dualità mi capitava di immaginare il protagonista seduto sul bordo del finestrone dell’astronave a fissare lo spazio, quell’indicibile mistero che alla vista non offre altro appiglio che la stessa moltitudine di stelle. Seppure il romanzo sia ambientato in gran parte nel Mezzogiorno d’Italia, alcune delle vicende di Ulisse e Charlot si sviluppano proprio in una “balena d’acciaio” persa proprio nello spazio infinito.
Buon ascolto.
Buona lettura.




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SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 17: Notre Dame de Paris

Sono un lettore onnivoro ma se penso ai titoli che più mi hanno scolpito come persona, lettore e scrittore, mi vengono in mente opere che narrano storie di ampio respiro, opere che a prescindere dal periodo in cui sono state scritte sono legate ad un’idea classica e corposa di romanzo. 
Alcuni ne avrò menzionati più volte, ma su uno vorrei dedicare qualche parola in più, in quanto è stato tra i massimi punti di riferimento nel cucire la struttura narrativa di Satyrandroide: sto parlando di Notre Dame de Paris di Victor Hugo.


Notre Dame de Paris è una storia fatta di tante storie, ciascuna fornita di un suo incipit interno, incastonato abilmente nell’intreccio narrativo. E’ un romanzo che conta tanti personaggi, forse alcuni più presenti di altri ma tutti ricchi di un proprio passato, di un proprio bagaglio di paure e ambizioni e quindi di un proprio destino. Ma soprattutto è un romanzo in cui i molteplici intrecci, e le argute divagazioni, sono magistralmente gestite con la disarmante semplicità da un grande narratore, in grado di viaggiare avanti e indietro nel tempo, di spostarsi da un luogo all’altro, mantenendo un’armonia e un’unicità indissolubili. Di fatto il narratore si muove sulla storia come una danzatrice che plana con leggerezza divina sulla intrecciata e profonda molteplicità degli elementi.

Prendiamo ad esempio il capitolo Due del Libro Quinto: “Questo ucciderà quello”. 
Dopo aver raccontato di Parigi tutta, della Corte dei Miracoli, di Quasimodo, Frollo, Gringoire e Phoebus, Hugo riesce con un tempismo musicale ad inserire nel romanzo una divagazione sull’impatto che l’architettura delle cattedrali aveva sulla gente alla fine del Quattrocento. A dirla tutta non è proprio una divagazione ma una macchina del tempo fatta di parole, atta proprio a catapultare il lettore nell’epoca del romanzo. 
Siamo in un periodo in cui non è stata ancora inventata la stampa e l’immaginario popolare, nonché i racconti, le storie e le leggende nelle quali si forgiavano i valori del tempo, sono affidati all’architettura e in particolare alle cattedrali. Non si leggevano libri (in quanto non erano prodotti in serie e la stessa attività di lettura rientrava in un livello di istruzione riservato a pochi fortunati), di conseguenza il ruolo svolto “oggi” dai libri nel Quindicesimo secolo era svolto dalle sculture, dagli affreschi e dai motivi che caratterizzano le architetture del tempo. Ecco, Hugo riesce ad inserire questa sorta di intermezzo, con la sensibilità di un grande osservatore, senza mai essere pedante, esattamente come oggi farebbe uno scrittore fantasy o di fantascienza, quando deve prendere per mano il lettore e mostrargli le caratteristiche di un mondo estraneo e remoto.

In “Notre Dame de Paris” i personaggi entrano in punta di piedi ed escono con una deflagrazione di colori e umanità. La madre di Esmeralda, ad esempio, è un personaggio cupo, sotterraneo che Hugo fa emergere lentamente nel centro di Parigi fino a raggiungere lo spessore di un’eroina tragica. Per non parlare della complessità romantica di Quasimodo (diffidate da ogni riduzione cinematografica o teatrale), dei contrasti che Esmeralda ispira involontariamente in tutti coloro che la circondano, dei demoni che Hugo narra andando avanti e indietro nel tempo rispetto alla storia che racconta, delle scene così epiche, grandiose, colorate, narrate con estrema minuziosità e incanto, che svelano con oltre centocinquant’anni di anticipo una sensibilità cinematografica moderna.

Avevo già iniziato a lavorare su Satyrandroide quando finii di leggere Notre Dame de Paris. Oggi credo che fu proprio il capolavoro di Hugo a mostrarmi la strada che volevo seguire nella stesura del mio romanzo. Capitolo dopo capitolo fu in qualche modo una stella che non avrei raggiunto ma che, allo stesso momento, riusciva ad illuminarmi il cammino.


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