Un drubble è un racconto di fantascienza composto da 100 parole. È un mini racconto, uno spioncino da cui osservare la scena di un mondo ben più vasto.
Ecco il mio primo drubble uscito sulla rivista Altrimondi.org.
Buona lettura.


Su "Le Ombre di Morjegrad" (Premio Urania 2018)

Le ombre di Morjegrad è un mosaico sepolto sotto metri di terra che il lettore scopre pagina dopo pagina, rimbalzando tra un personaggio e l'altro, tra una voce e l'altra, rimanendone sempre più intrappolato.
Le vicende del romanzo sono per lo più ambientate nei bassifondi sociali (e non solo) della città, dove si annidano ingiustizie o violenze e affondano i pilastri del potere. Non è un caso infatti che la Morjegrad oscura e sotterranea si riveli agli occhi del lettore uno specchio capovolto, un'enigmatica gemella di quella parte della città che si erge fino all'acropoli. E' dunque un romanzo di paralleli: di storie, di registri e personaggi che seppur ostili e contradditori si rivelano l'uno indispensabile all'altro, uno specchio, appunto, dell'opposto.



Uno dei parallelismi singolari del romanzo è il doppio registro narrativo con cui ogni vicenda viene raccontata, passando dall'io narrante alla terza persona. A voler cercare una geometria di prospettive potremmo dire che l'Io rivela, attraverso il suo protagonista, il corso degli eventi nella contemporaneità del romanzo; la Terza Persona invece trascina dietro di sé il magma umano e sociale insito in ogni personaggio nonché in tutti i fatti e gli eventi che costituiscono l'ordine claustofobico in cui la Cavallero ci scaraventa. Una struttura che seppur possa risultare, nella prima parte del romanzo, disorientante e refrattario ad ogni punto di riferimento, riesce nella seconda parte a ricucire e riannodare le fitte trame che costituiscono la parte più oscura della città. Forse proprio per questo è una lettura che necessita di un po' di tempo, a mio avviso, per permetterle di restituire al lettore il giusto coinvolgimento. 
Narrata con uno stile diretto, ma arricchito di trovate espressive, forte di punti di vista prevalentemente femminili, è una storia di poteri degenerati, di corruzioni e di tanti personaggi, ognuno col proprio mondo, talvolta piccoli come formiche, altre volte incogniti ma giganti al punto da influire o addirittura determinare gli eventi. Unica protagonista del romanzo è Morjegrad, città colonia, antica promessa avveniristica dell'uomo e oggi formicaio di destini, di innocenze perdute e di uomini dannati. Una città la cui sorte è legata indissolubilmente alla redenzione dei suoi stessi abitanti. 
Vincitore del Premio Urania 2018 è un romanzo che, pur nutrendosi di buona parte della tradizione fantascientifica novecentesca, ripropone con originalità una delle utopie più classiche: l'amplificazione delle capacità umane e il superamento dei limiti biologici. Le Ombre di Morjegrad è la narrazione della "caduta di Icaro" in un'era post terrestre.
 

Alcune osservazioni sul film 1917

Devo ammettere che negli ultimi tempi il cinema l’ho frequentato poco ma, chi mi conosce, sa che 1917 non potevo perderlo.

1917 è un bel film di guerra, con un ritmo intenso e un senso di tragicità che enfatizza ogni sequenza. Ma al di là di ogni cosa il film merita attenzione per due aspetti precisi.
Il primo è la scenografia.
Gli scenari di morte nei campi, teatri di precedenti battaglie, ispirano quel senso di disfatta umana che tutti i testimoni della Grande Guerra hanno citato nei loro racconti. Le carcasse dei cavalli, ad esempio, sono una delle icone di quel conflitto, reso tale dalle evocative e fulminanti descrizioni di Remarque in "Niente di Nuovo sul fronte Occidentale" o dalla crescente gravità degli scenari di "Fino all'ultimo uomo" di Manning. Agli occhi di un soldato, moralmente contaminato e caduto in punto di non ritorno per ogni purificazione, l'uccisione dei cavalli (nonché di mucche, cani e altri animali) diventa la rappresentazione più nitida del suo disagio, della sua colpevolezza al di là di ogni schieramento. Mi è quindi piaciuto che in questo film tale iconografia sia entrata di prepotenza nella scenografia, quasi a fungere da terra bruciata, nonché da pietre miliari in quel percorso verso il cuore dell’orrore.
Il secondo è la fotografia.
Le facciate martoriate, le colonne e le arcate orfane degli edifici, le città ridotte a cimiteri di mattoni, sono qui isolate nelle tenebre e dipinte da luci e colori fiammeggianti e polverose, al punto da ricordarmi i colori densi degli scenari presenti in "Trittico della Guerra" di Otto Dix. Per quanto il film si avvalga molto dell'iconografia di quel quadro, in alcune sequenze vi è, a mo avviso, una rievocazioni dei suoi colori e delle sue tonalità.

D’altro canto mi sento di dire che la sceneggiatura è la parte più debole del film: al di là di qualche tematica sparata con colpi da cecchino (come ad esempio la disillusione e la fobia che assalivano i soldati nei rari e brevi ritorni a casa durante le licenze, temi cari a molti romanzi), si presenta scarna e povera di caratterizzazione dei personaggi, scelta forse inevitabile, se non voluta, per un film “esperienziale”, pensato per rapire lo spettatore e traghettarlo nel pieno della Prima Guerra Mondiale e della sua atmosfera.



Qualche parola su "La Pelle" di Curzio Malaparte

“La Pelle” di Curzio Malaparte è uno dei romanzi più pieni, eleganti e pregni di umanità che abbia mai letto. E’ uno di quelli che ti entra nelle pelle, scusatemi il gioco di parole, ti incanta e in qualche modo ti plagia come le parole di un Tiresia moderno. Parlarne non è cosa facile come non è facile dire perché ti sia piaciuto così tanto: ogni capitolo, paragrafo e frase conserva un mondo, una storia, un punto di vista non solo sulla guerra, o su Napoli, bensì sull’intera umanità e sulla sua eroica tragicità.


“La Pelle” racconta di un “viaggio” nella Napoli, nel periodo compreso tra le Quattro Giornate e la battaglia a Monte Cassino, divenuta ormai un inferno di anime dannate in cui gloria e miseria, coraggio e pietà, vita e morte si incontrano e si fondono in ogni angolo. E’ un viaggio condotto dallo stesso autore, nonché protagonista, tramite una sublime prosa, potente ed evocatrice, capace rappresentare in un solo colpo le cose e la loro anima. La sua prosa è un prodigio ubiquo: le persone, i luoghi e le cose vengono svelate non solo nella loro forma e nelle loro espressioni, bensì anche nella loro natura più intima e profonda. La sua scrittura è una pennellata magica, una poesia che sa percorrere millenni, chilometri e altezze in poche e calibrate parole. 


A condurre questo viaggio, insieme all’autore, i suoi amici alleati, principalmente americani, senza dubbio onesti e armati di ottime intenzioni, ma tuttavia distanti dal mondo di Napoli più di quanto essi stessi possano credere. Sono collocati in una parte della storia che, al di là di ogni retorica, li vede come dei novelli normanni, saraceni, angioini, ovvero ennesimi invasori ignari del labirinto nel quale si stanno perdendo. C’è però un ulteriore elemento che li distacca: è quello di essere americani e quindi di provenire da un mondo nuovo ma allo stesso tempo semplice, in cui tutto pare perfettamente distinto con molta chiarezza, a partire dai concetti di bene e male, di vittima e carnefice, di vittoria e sconfitta. Malaparte conduce gli americani in una Napoli stratificata, dannata e inafferrabile, "una Pompei mai sepolta", che capitolo dopo capitolo si presenta sempre più come nucleo originario di un’Europa antica e pagana, dove ogni cosa, per quanto possa sembrare contraddittoria e bestiale, è indispensabile all’altra. Una grande madre che, seppur flagellata e distrutta, custodisce i segreti più reconditi e profondi dell’umanità e dei suoi moti, una dimensione originaria nella quale nessun confine può essere netto. Quello a cui gli americani assistono, quasi mai consapevolmente, è un continuo capovolgimento di prospettive in cui i vincitori diventano vittime, gli invasori schiavi, il bene male e viceversa, in una danza di eventi ed elementi che assume sempre più la forma di un nuovo sacrificio: si perché Napoli, sofferente e distrutta, non è solo la culla dell’Europa ma anche l’inestimabile tesoro che l’uomo sacrifica per la propria sopravvivenza e più precisamente per la fine del conflitto. Malaparte, come un moderno Virgilio, conduce i nuovi ingenui e tormentati Dante, gli americani, nei teatri di questo sacrificio, arrivando ai piedi di un’entità distruttiva e allo stesso momento paterna, il Vesuvio, che rappresenta a pieno la natura energica, contraddittoria e antica dei suoi figli. 
Forse sono tutte parole al vento: “La Pelle” è un romanzo che va vissuto a pieno paragrafo per paragrafo, in una esorbitante sequenza di immagini, dialoghi e riflessioni di sovrumana bellezza, un’esperienza letteraria divina, nel senso più classico del termine, e in quanto tale stregante.      

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 25: La Fine del "Dietro le Quinte"

Siamo giunti alla fine di questo “Dietro le Quinte” di Satyrandroide, un percorso di venticinque tappe (come il numero di capitoli), che ha proposto venticinque elementi che potrebbero averne ispirato e influenzato la scrittura. Si, usiamo il condizione perché questo, infondo, è stato solo un gioco fatto di citazioni, riflessioni e percorsi. Nessuno saprà mai cosa abbia davvero determinato la creazione di un’opera: le variabili sono tante e imprevedibili e per loro natura sfuggono anche al critico più attento o all’autore più consapevole. 
Tuttavia su una cosa si può essere sicuri: tutto quello che facciamo è frutto di un processo combinatorio. Come diceva Pietro Citati nel bellissimo saggio sui miti omerici “La Mente Colorata”: la creazione spetta agli dei e ha facoltà di generare tutto dal nulla; la creatività né è solo un suo pallido riflesso e si basa su un processo combinatorio di elementi di cui l’uomo è già in possesso. 


Tante sono le cose che avrei potuto inserire e che possono aver avuto una qualche “voce in capitolo” nel misterioso processo creativo. Avrei potuto citare per esempio il mio anno come bibliotecario presso il dipartimento di geologia di Bari, o gli anni di studio a Lettere, i racconti di guerra del vecchio Ciccio, i film Matrix o Il Figlio degli Uomini, il romanzo Branchie di Ammaniti o Io Sono Leggenda di Matheson. Avrei potuto citare Mutter dei Rummestein o Gommalacca di Battiato e così via. Ma come ogni buon gioco c’è un inizio e c’è una fine, in mezzo il gusto di divagare e perdersi senza dover per forza avere un ordine preciso. Del resto, come dissi nel primo appuntamento di Tra la Penna e il Calamaio, questo percorso voleva essere anche un modo per accompagnarvi lungo quella strada che divide il lettore dal libro.

Sono passati cinque mesi dalla pubblicazione del romanzo, un tempo breve per quanto concerne la vita editoriale di un libro, ma sufficiente per ricevere le prime reazioni: recensioni entusiaste e analitiche da blog letterari, critiche che hanno sottolineato punti forti e deboli del libro, opinioni che hanno svelato letture personali. Un primo gruppo di lettori, insomma, che, attraverso la propria esperienza, ha fatto sì che quel cumulo di carta imbrattata diventasse un libro. 
Ho ascoltato lettori che l’hanno divorato, altri che stanno volgendo al termine, altri ancora che l’hanno appena iniziato, o che l’hanno inserito nella propria ideale lista dei libri da leggere. A chi lo sta leggendo o lo leggerà auguro una buona lettura. A tutti coloro che invece l’hanno già finito chiedo di esprimere in qualche maniera un parere o raccontare la propria esperienza di lettura nei diversi modi possibili. 
Come? Vi starete chiedendo. 
Come preferite vi rispondo. Di persona, o con un messaggio privato o pubblico. Certo, a me farebbe piacere che lo scriviate su uno dei canali di vendita on line (come Amazon, Feltrinelli, Ibs, Mondadori Store, etc), o sui vari portali letterari (come Goggle Books). I commenti pubblici aiutano la diffusione di un libro. Infine è disponibile anche la pagina Androide Ulisse, un pagina facebook pensata per raccogliere la rassegna stampa relativa al romanzo, ma ottima anche per accogliere opinioni e riflessioni. 
Nulla vieta, ovviamente, di parlare della vostra esperienza di lettura davanti ad una birra e di esprimerla anche su una piattaforma on line. In tutti i casi vi chiedo solo di essere sinceri e onesti: i commenti falsi (anche quelli mossi da ottime intenzioni) non aiutano mai. Dite ciò che vi va perché un libro è sempre un’esperienza personale e irripetibile ed è bello che questo emerga anche nei commenti. Positivi o negativi che siano.



Ringrazio tutti per avermi seguito in questo percorso e per aver fatto entrare Satyrandroide nel vostro mondo. Per tutto il resto vi rimando ai prossimi incontri e presentazioni (di cui darò notizia prossimamente). Se la vita editoriale di Satyrandroide è ancora agli albori, da “Tra la Penna e il Calamaio” è tutto.
Buona lettura.


Satyrandroide è disponibile on line (su Amazon, Ebay, Ibs, Mondadori Store, Feltrinelli) e in Liberia. Se non presente a scaffale è possibile ordinarlo, sarà disponibile in pochissimi giorni.

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 24: I Girasoli

C’è un film di Vittorio De Sica che rispetto a tanti altri è passato immeritatamente in sordina. “I Girasoli” è, a mio avviso, uno dei suoi più grandi capolavori. Credo che questo film sia tra i pochi che siano più riusciti a raccontare la guerra non solo per quello che è ma soprattutto per come essa determini la vita e la sensibilità delle persone.


Tra le tante scene memorabili ne voglio ricordare una. 
Siamo alla fine della disastrosa campagna russa italiana, le armate italiane si stanno ritirando e il freddo, il vero nemico, divora lentamente forze fisiche e mentali. L’avanzata disordinata e lenta, dominata da una tacita disperazione, ricorda le marce stanche di “Sergente sulla Neve” di Stern e non escluderei che De Sica ne abbia tratto ispirazione. Mastroianni (in una delle sue interpretazioni più sublimi) e il suo amico scorgono ad un tratto una baita e con le poche forze rimanenti vi si precipitano. Il loro è un passo nervoso e spericolato per via della neve che inghiotte ogni loro piede e per la stanchezza che tende ad abbatterli al suolo. Giunti lì, aprono la porta e l’inquadratura dei due volti tradisce un indicibile orrore. Dobbiamo attendere pochi secondi per comprendere cosa i loro occhi spaventati stiano vedendo. La sequenza successiva infatti rivela un gruppo di uomini in piedi, radunati nella penombra, fermi e appoggiati l’uno all’altro. Hanno tutti il capo chino verso il basso e i loro corpi ondeggiano lievemente sulle gambe in un silenzio saturo di morte. E’ una scena raggelante: sembrano morti in piedi ma non lo sono, almeno non ancora. Dormono soltanto. Sono tanti, troppi per quella baita in legno, e per quanto non rappresenti un valido rifugio resta un posto prezioso contro il freddo che infuria e decima senza pietà. Proprio lì il calore non è dato dal luogo chiuso ma dai corpi vivi dei commilitoni. E’ una scena forte, per certi versi spettrale, che dà la dimensione della tragedia e anticipa l’evento che sarà chiave per tutto il film.


Negli anni sono sempre stato più propenso ad affrontare il tema guerra, sia attraverso le testimonianze dirette sia attraverso libri e film. Al di là di ogni retorica credo che in questo tema si celino molti interrogativi non solo sull’animo umano ma, più in generale, su tutti gli aspetti della nostra vita: i sentimenti, i confini, gli stranieri, il viaggio, la conoscenza, la paura, la morte, l’amicizia, l’amore, l’odio. La guerra è lo strappo degli strappi e nella sua tragicità ci può raccontare molto più del suo contesto preciso, forse anche per le mancanze onnipresenti e le presenze fuggite, per le atmosfere opprimenti e per l’incapacità di comprendere cosa stia accadendo e il perché si è lì in quel momento. E’ come se agli occhi di chi ci sta dentro le “ragioni politiche” di un conflitto fossero insondabili o addirittura irrilevanti in quanto il vero nemico nella guerra non è quasi mai il soldato dell’esercito opposto, bensì quel senso di alienazione e disturbo che sfugge ad ogni possibile definizione. Da questo punto di vista “I Girasoli” è un film che colpisce in pieno e forse proprio per questo l’ho rivisto più volte durante la scrittura di Satyrandroide.

Buona visione e buona lettura.


Satyrandroide è disponibile on line (Amazon, Feltrinelli, Mondadori Store, Ibs, etc) e in libreria. Se non disponibile a scaffale è possibile richiederlo, sarà disponibile in pochissimi giorni.

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamio. 23: America.

“America” di Kafka è tra i romanzi che forse mi hanno più rapito. 
Ogni volta che mi tuffavo tra le sue pagine ero “vittima” di un rapimento totale, una condizione di semi estasi in cui talvolta mi sembrava di seguire le vicende di Karl Rossman come se gli fossi accanto, o mi ritrovassi da solo con lui in una stanza. O subissi in prima persone le sue stesse angherie. 


Fu una esperienza di lettura forte, totalizzante, in cui il piacere di essere immerso a pieno in un libro contrastava con la sensazione del protagonista (e quindi del lettore) di pericolo incombente e di spaesamento in un mondo troppo grande. 
Ecco, credo che una delle cose che mi siano rimaste impresse di “America” è proprio questo: l’essere mandati allo sbaraglio (come già fa intendere il bellissimo e folgorante incipit) e il barcamenarsi in quel mondo nuovo, stracolmo tuttavia di violenza, di minacce che fioccano in ogni dove, di ostilità dilaganti. Karl Rossman è a suo modo un personaggio piccolo, debole, un moderno Pinocchio, messo in una gigantesca fossa dei leoni. Forse proprio per questo ti ritrovi, ad ogni pagina, a fare il tifo per lui. E’ inadeguato, è privo di difese, debole, ma tuttavia, nonostante la crudeltà imperante, sembra essere votato, o destinato, a sopravvivere a tutto quanto.

Karl Rossman mi è sempre rimasto in testa, insieme al suo bagaglio di vicende e sensazioni e oggi, pensando al protagonista di Satyrandroide, credo di poter dire che in qualche modo sia stato ispirato dal personaggio di Kafka. Un piccolo, debole e complesso uomo buttato in un qualcosa di sterminato e allo stesso momento ostile. Non so se è proprio così, nessuno potrà mai saperlo, ma mi piace pensarlo.


Satyrandroide è disponibile on line (Amazon, Mondadori Store, Feltrinelli, Ibs, Ebay, etc) e in Libreria. Se non presente a scaffale è possibile richiederlo.

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 22: Frankenstein di Mary Shelley

Non mi piace parlare di “generi”. 
Quando mi capita di parlare di un libro cerco sempre di esprimere qualcosa relativo alla mia esperienza di lettura, fuggendo qualsiasi classificazione.

Quando ho iniziato a scrivere Satyrandroide non avevo idea di cosa ne sarebbe venuto fuori. Si, avevo delle idee in cui reale e “irreale” si mischiavano ma di certo non avevo intenzione di entrare nella cerchia di autori di Fantascienza, o di essere inserito in un ipotetico elenco in quanto tale. Se la mia cultura personale è intrisa di libri e film di “fantascienza”, nel momento in cui scrivo resetto ogni influenza in maniera tale da trattare ogni invenzione letteraria e poetica come un elemento intrinseco alla natura dei personaggi, dei mondi e delle vicende che sto raccontando e non relativo ad una precisa sfera culturale.

Per tanto, anziché di genere preferisco parlare di percorsi letterari. Prendendo il caso della cosiddetta “Fantascienza”, credo che tutte le storie riconducibili a questo termine abbiano più o meno un elemento in comune: quello di svelare tutti gli aspetti del progresso umano e interrogarsi, allo stesso momento, sulle sue origini e sulle sue dinamiche. E’ un concetto che ce lo ha spiegato Mary Shelley, quasi duecento anni fa, scrittrice di formazione classica e autrice del primo vero grande capolavoro di “fantascienza”: Frankeinstein (è proprio il sottotitolo a tradire la sua propensione classicistica: “ovvero il Prometeo Moderno”).
Mary Shelley non ha semplicemente scritto un bellissimo romanzo, ma ha aperto le porte ad un nuovo percorso letterario, basato su un’osservazione del progresso umano e sulla rappresentazioni “fantasiosa” dei suoi reali dualismi, che qualche decennio dopo gli anglosassoni avrebbero battezzato come “fantascienza”. In altre parole ha dato al mondo una nuova sensibilità.


Frankestein è tra i miei romanzi preferiti non solo per quel dualismo sopra citato, ma per l’umanità con cui l’intera vicenda è sviluppata, un’umanità che deriva direttamente dall’impronta fortemente classicista della scrittura. Il romanzo riesce infatti a traghettare una sensibilità e una conoscenza neoclassiche nella modernità ed è forse in questo preciso passaggio che nasce quella che oggi volgarmente chiamiamo fantascienza: laddove un tempo gli uomini si elevavano verso gli dei, nell’Ottocento gli uomini si elevano oltre i confini naturali. Tuttavia la tragicità della sua condizione non cambia. Ed ecco quindi il mostro di Frankeistein a testimoniare allo stesso tempo il coraggio e il destino dell’uomo: se Prometeo precipita dopo essersi bruciato le ali, il dottor Frankestein “precipita” sotto i ricatti della sua stessa creatura, personificazione di genialità e follia, nonché massima espressione del suo destino.


Credo che in Satyrandroide ci sia molto del “Prometeo moderno”, come del resto in tanti altri romanzi di fantascienza. Uno tra tutti, direi, lo stesso personaggio di Beowulf, a suo modo prodotto delle più scellerate intenzioni dell’uomo e rappresentazione della sua “caduta”.


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SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 21: Dylan Dog

In occasione del trentennale di Dylan Dog scrissi per la pagina Combinazione Casuale, del mio amico Francesco, un pezzo che raccontava il mio incontro col fumetto bonelliano. Partendo dalla dimensione più personale mi spingevo in una divagazione sull’indagatore dell’incubo e sul suo enigmatico mondo.


Fu un tributo personale e insieme un atto filologico, nel senso proprio dell’amore per la parola, verso quel fumetto. Ho vissuto parte della mia adolescenza tra le sue pagine, ho iniziato ad inventare storie ispirandomi al suo mondo (ho più volte detto che iniziai dapprima a disegnare fumetti per poi affidarmi al solo potere evocativo della parola). I miei primi racconti erano in qualche modo debitori dei suoi mostri e dalla sua poetica e seppure da quei primi racconti siano ormai passati oltre vent’anni, qualcosa di indelebile continua ad influenzare il processo di scrittura. Credo.

 

Oggi non leggo più fumetti in quanto trovo difficoltà ad abbinare in un’unica dimensione narrativa parola e disegno; d’altro canto mi capita di sfogliare qualche albo e riscoprire storie che mi sono rimaste nel cuore. Tra tutte ne cito sovente tre. Tre storie molto diverse tra loro, per soggetto, per punto di vista e tipo di narrazione; tre modi, oserei dire, di raccontare: Morgana, Il Lungo Addio e il Mosaico dell’Orrore (leggeteli se non l’avete ancora fatto, ma dopo Satyrandroide). Quando penso a queste tre storie mi viene da pensare al fatto che Dylan Dog, forse, è stato per me la primissima scuola di scrittura. Non so dire quanto di quella prima scuola di scrittura sia presente in Satyrandroide, ma sono convinto che qualcosa ci sia. Giuda Ballerino!


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Combinazione Casuale

Negli anni 2004 - 2005 fui redattore, insieme ad altri amici e colleghi universitari, di una rivista letteraria, di facoltà, chiamata “Combinazione Casuale”. Fu un'esperienza entusiasmante, dinamica e ricca di stimoli.

Ora, qualche giorno fa su Instagram mi contatta Mauro, uno degli autori che prese parte a quel progetto. Mi invia il link di un post del suo blog, in cui un anno fa raccontava proprio di quell'esperienza. Sentirlo dopo tanti anni e leggere quelle parole è stato per me molto emozionante.

“La vita è fuggevole, si, ma c’è sempre qualcosa che resta”, recitava il titolo dell'Uscita numero Tre. E oggi è proprio il caso di dirlo. Ecco qui il suo ricordo di quei giorni.


P.s.: anche lui, oggi, per una curiosa combinazione casuale, fa parte della scuderia Ensemble

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 20: Il Buono, il Brutto, il Cattivo

“Il Buono, Il Brutto e il Cattivo” è uno di quei film che potremmo rivedere decine di volte senza mai abituarci: i volti scavati da estenuanti cavalcate, le frasi forgiate nello stesso metallo delle pistole, le melodie che intonano il silenzio di un deserto in fiamme e gli sguardi che in un istante sanno raccontare una vita, avranno sempre qualcosa da dirci.


Ho sempre considerato il capolavoro di Sergio Leone la massima espressione di una grande stagione epica che, in qualche modo, riusciva a restituire la dannazione, la tragicità e il dualismo dei racconti omerici nel contesto selvaggio del Far West. Sui suoi personaggi Sergio Leone diceva che “I buoni possono fare cose cattive e i cattivi possono fare cose buone”. E anche se non si intravede un destino, aggiungerei, né divinità che lavorano affinché questo si manifesti, i personaggi di Sergio Leone affrontano la crudeltà del loro mondo con una sorta di sorriso beffardo, una trasmutazione involontaria di quell’eroismo con cui gli eroi greci affrontavano la loro sorte. In un mondo che ghigna, un sorriso di rimando è già di per sé il primo proiettile sparato. 
“Dormirò sonni tranquilli, ora che il mio peggior nemico veglia su di me”
I personaggi sono maledetti, una maledizione che è presente nella terra che calpestano, nelle pistole che maneggiano, nel fiato con cui danno suono alle parole e in tutto ciò che compone loro stessi. Insomma sono maledetti per il solo fatto di vivere e di questo ne sono perfettamente consapevoli. A fronte di questa loro condizione, ciò che c’è buono e ciò che c’è cattivo si fondono in un’unica polveriera, due concetti che diventeranno distinti e diversi solo quando i personaggi troveranno quanto avranno a lungo cercato. Perché in quello stesso momento, insieme al “tesoro” tanto agognato, troveranno il loro destino.

I personaggi principali di Satyrandroide sono tre, esattamente come in Satyrandroide, ma sarebbe troppo semplice e banale dire che questo sia derivato da “Il buono, il brutto e il cattivo”. Forse è stata una semplice coincidenza. D’altro canto sono più che convinto che il capolavoro di Sergio Leone, insieme alle musiche di Ennio Morricone, mi abbiano fortemente influenzato sin nella costruzione dei personaggi. 



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SATYRANDROIDE - Tra la Penna e il Calamaio. 19: Matera

Lungo questo backstage letterario ho dedicato diversi post alla Basilicata, anche se non è l’unica regione in cui si svolgono le vicende del romanzo. E proprio con la Basilicata voglio chiudere l’ultimo intervento riguardante un luogo (e uno degli ultimi in generale, visto che ne saranno venticinque, esattamente come i capitoli del libro): Matera. 


Di Matera se ne parla tanto in questi giorni ed io per primo ne avrò parlato spesso, qui o in altri contesti. Per questo motivo, a differenza di tutti gli altri post, vorrei solo proporre un breve estratto del romanzo, uno di quelli che ho letto durante le presentazioni. 


Quello che vediamo nel mondo che ci è attorno è in qualche modo frutto anche di quello che siamo. Forse, chissà, fu proprio questa riflessione a ispirarmi e a indurmi a sceglierla tra i tanti luoghi del romanzo: non solo una città ma un'espressione di un'evoluzione naturale contrapposta a qualcosa di artificiale che cerca la propria "natura". A circa metà libro il protagonista, dopo un lungo e tormentato viaggio, vede per la prima volta questa città sviluppata lungo la parete di una gravina. Ecco quanto che si rivela al suo sguardo.

“[…] quando Ulisse vide quella città aggrappata alla roccia, afferrarla fino a scavalcarne la vetta, restando poi in un equilibrio millenario quanto precario, ne rimase spiazzato, assalito quasi da un senso di vertigine. Ma quel senso di vertigine era contrastato da una sorta di armonia naturale che tutte quelle costruzioni, seppur così vicine e arrampicate l’una sull’altra, offrivano a uno sguardo d’insieme. Seppur artifici umani, tutte quelle casupole sembravano come una naturale evoluzione della roccia che le ospitava. Come era possibile tutto ciò?”.


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SATYRANDROIDE. Tra la Penna e il Calamaio. 18: Satellites and Astronauts

Gli In Flames sono tra le band che più ho ascoltato negli ultimi anni e nel periodo della stesura di Satyrandroide. Potrei citare diversi loro pezzi ma tra i tanti ho preferito “Satellites and Astronauts”.


E’ un pezzo in cui giri intimistici di chitarra si alternano a esplosioni granitiche, come a dare un suono alla conflittualità tra un dentro e un fuori, tra il mondo che custodiamo e quello in cui abitiamo. Anche la voce di Andreas Friden, a volte placida altre volte ringhiante, ci restituisce proprio l’esperienza di un uomo, alla deriva nello spazio profondo, fluttuante tra momenti di riflessione profonda e sgomento per l’infinto che gli si apre intorno. 


Forse proprio per questa sua dualità mi capitava di immaginare il protagonista seduto sul bordo del finestrone dell’astronave a fissare lo spazio, quell’indicibile mistero che alla vista non offre altro appiglio che la stessa moltitudine di stelle. Seppure il romanzo sia ambientato in gran parte nel Mezzogiorno d’Italia, alcune delle vicende di Ulisse e Charlot si sviluppano proprio in una “balena d’acciaio” persa proprio nello spazio infinito.
Buon ascolto.
Buona lettura.




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SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 17: Notre Dame de Paris

Sono un lettore onnivoro ma se penso ai titoli che più mi hanno scolpito come persona, lettore e scrittore, mi vengono in mente opere che narrano storie di ampio respiro, opere che a prescindere dal periodo in cui sono state scritte sono legate ad un’idea classica e corposa di romanzo. 
Alcuni ne avrò menzionati più volte, ma su uno vorrei dedicare qualche parola in più, in quanto è stato tra i massimi punti di riferimento nel cucire la struttura narrativa di Satyrandroide: sto parlando di Notre Dame de Paris di Victor Hugo.


Notre Dame de Paris è una storia fatta di tante storie, ciascuna fornita di un suo incipit interno, incastonato abilmente nell’intreccio narrativo. E’ un romanzo che conta tanti personaggi, forse alcuni più presenti di altri ma tutti ricchi di un proprio passato, di un proprio bagaglio di paure e ambizioni e quindi di un proprio destino. Ma soprattutto è un romanzo in cui i molteplici intrecci, e le argute divagazioni, sono magistralmente gestite con la disarmante semplicità da un grande narratore, in grado di viaggiare avanti e indietro nel tempo, di spostarsi da un luogo all’altro, mantenendo un’armonia e un’unicità indissolubili. Di fatto il narratore si muove sulla storia come una danzatrice che plana con leggerezza divina sulla intrecciata e profonda molteplicità degli elementi.

Prendiamo ad esempio il capitolo Due del Libro Quinto: “Questo ucciderà quello”. 
Dopo aver raccontato di Parigi tutta, della Corte dei Miracoli, di Quasimodo, Frollo, Gringoire e Phoebus, Hugo riesce con un tempismo musicale ad inserire nel romanzo una divagazione sull’impatto che l’architettura delle cattedrali aveva sulla gente alla fine del Quattrocento. A dirla tutta non è proprio una divagazione ma una macchina del tempo fatta di parole, atta proprio a catapultare il lettore nell’epoca del romanzo. 
Siamo in un periodo in cui non è stata ancora inventata la stampa e l’immaginario popolare, nonché i racconti, le storie e le leggende nelle quali si forgiavano i valori del tempo, sono affidati all’architettura e in particolare alle cattedrali. Non si leggevano libri (in quanto non erano prodotti in serie e la stessa attività di lettura rientrava in un livello di istruzione riservato a pochi fortunati), di conseguenza il ruolo svolto “oggi” dai libri nel Quindicesimo secolo era svolto dalle sculture, dagli affreschi e dai motivi che caratterizzano le architetture del tempo. Ecco, Hugo riesce ad inserire questa sorta di intermezzo, con la sensibilità di un grande osservatore, senza mai essere pedante, esattamente come oggi farebbe uno scrittore fantasy o di fantascienza, quando deve prendere per mano il lettore e mostrargli le caratteristiche di un mondo estraneo e remoto.

In “Notre Dame de Paris” i personaggi entrano in punta di piedi ed escono con una deflagrazione di colori e umanità. La madre di Esmeralda, ad esempio, è un personaggio cupo, sotterraneo che Hugo fa emergere lentamente nel centro di Parigi fino a raggiungere lo spessore di un’eroina tragica. Per non parlare della complessità romantica di Quasimodo (diffidate da ogni riduzione cinematografica o teatrale), dei contrasti che Esmeralda ispira involontariamente in tutti coloro che la circondano, dei demoni che Hugo narra andando avanti e indietro nel tempo rispetto alla storia che racconta, delle scene così epiche, grandiose, colorate, narrate con estrema minuziosità e incanto, che svelano con oltre centocinquant’anni di anticipo una sensibilità cinematografica moderna.

Avevo già iniziato a lavorare su Satyrandroide quando finii di leggere Notre Dame de Paris. Oggi credo che fu proprio il capolavoro di Hugo a mostrarmi la strada che volevo seguire nella stesura del mio romanzo. Capitolo dopo capitolo fu in qualche modo una stella che non avrei raggiunto ma che, allo stesso momento, riusciva ad illuminarmi il cammino.


"Satyrandroide" è disponibile on line (amazon, Feltrinelli, Mondandori Store, Ibs, etc) e in libreria (se non presente a scaffale è possibile prenotarlo).

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 16: Selbstportrait mit Kater

Nella potenziale colonna sonora del romanzo, o in quella serie di canzoni che mi hanno accompagnato nella stesura, vi è un pezzo fatto di rumori metallici che pian piano si evolvono, si espandono, fondendosi l’uno dentro l’altro fino a diventare musica. I fragori, di carattere siderurgico, si spogliano della loro spigolosità per ammorbidirsi fino ad assumere la forma sonora di rotondità armoniche. In altre parole ascoltare “Selbstportrait mit Kater” degli Einstürzende Neubauten è come assistere ad un processo in cui il metallo si fa vita.

Non ricordo quando precisamente ho iniziato a pensare ad una storia di androidi umanizzati, ma di fatto questo pezzo l'ho ascoltato centinaia di volte prima e durante la stesura. Nel film che scorreva nella mia mente durante la scrittura ritornava spesso la parte finale, quella in cui il metallo fattosi puro rock accompagna la voce teatrale e graffiante di Blixa Bargeld: “Life on other planets is difficult, so difficult!”. E più l’ascoltavo più i miei personaggi emergevano da quella immaginaria poltiglia di rifiuti e scarti, come nuovi Pinocchio desiderosi di diventare umani. Oggi mi piace pensare che questo pezzo parlasse già, nelle sue note metalliche, di Satyrandroide, come a riecheggiare la genesi di quegli stessi personaggi. 

Buon ascolto. 


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SATYRANDROIDE, Tra la penna e il Calamaio. 15: Agglutination

Su una delle colline che si ergono nel cuore del Sud Italia sorge un paesino arroccato che da una parte domina la pianura, dall’altra guarda le vette del Pollino. E’ fatto di palazzine quasi appiccicate l’una all’altra, di viuzze che si insinuano tra di essi e appena fuori diventano tornanti panoramici, di gente semplice. Insomma, è un bel posto di montagna, tutto qui. A parte il fatto che per un giorno all’anno, nella seconda metà di agosto, diventa covo di rocker e metalheads.


Chiaromonte è la sede dell’ormai storico metal festival Agglutination che molti anni porta, proprio nel sud Italia, grandi nomi del metal internazionale. Qui ho visto i leggendari Virgin Steel, gli irruenti Destruction, i diabolici Theatre des vampires e tanti altri. 
Da un certo punto di vista l’atmosfera è singolare. I paesani assistono con una certa curiosità a questo via vai di gente rigorosamente in nero, borchiata fino ai denti e capellona. Tuttavia, nonostante le apparenze, la situazione è conviviale, giocosa e pacifica, come nella tradizione dei festival metal europei. E così capita di vedere il ragazzo con stivali, giacca nera, capelli lunghi e borchie che saluta la vecchietta al balcone, brindando a lei, e questa rispondere con un sorriso. Quella stessa vecchietta che sentirà voci e rumori metallici propagarsi per tutto il paese, per tutta la giornata, con la distanza di chi non è affar suo, ma con l’entusiasmo per una fiera di paese. E’ come se ciò che è diverso, e in qualche maniera ostile e oscuro, per una sorta di incanto finisce per essere accolto e incorporato.


Ho partecipato ad un paio di edizioni anche se avrei voluto prenderne parte più volte (il fatto che cade in un periodo in cui sei ancora in viaggio, o appena rientrato al lavoro, e che la strada non è certo agevole per andare e tornare in una sola giornata mi ha impedito di tornarci). Tuttavia ho nel cuore questa perla nera nascosta nella Basilicata più rustica, un posto più “impensabile”, dove mondi opposti convivono anche per un solo giorno. Una perla nera di cui, in Satyrandroide, vi è un cenno…



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SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 14: Il Ponte di Catanzaro

Nel secondo appuntamento de “Tra la Penna e il Calamaio” vi ho raccontato di un viaggio che feci nel 2004 in Calabria, a piedi e in autostop. E proprio a quel viaggio ritorno in questo post. 
Eravamo partiti all’avventura, senza informarci più di tanto e questo conferiva al viaggio un senso di avventura e scoperta. Così, salendo dalla costa alla collina, scoprimmo che Catanzaro aveva un ponte. Comparve inaspettatamente tra le collina in tutta la sua imponenza, sospeso nell’aria ad un’altezza indicibile. 


La vista di quel ponte ci riempì di aspettative sulla città che furono prontamente deluse appena mettemmo piede in centro. Tuttavia l’immagine di quel ponte mi rimase e con essa la sensazione di stupore all’ingresso e di inganno all’uscita. Allo stesso tempo mi rimase il ricordo di come la vivacità delle strade, la morfologia del territorio, l’espressione dei volti, cambiavano dalla costa alla collina, come se in verità quel mastodontico ponte segnasse l’ingresso in un luogo in qualche modo proibito, maledetto, cinto da chissà quale muro invisibile e assorto in un proprio torpore. 
Non so come sia oggi Catanzaro, del resto sono passati quindici anni. Ma come potrà dirvi chi ha letto il capitolo Dieci, qualcosa di quelle impressioni è ben presente in Satyrandroide.
Buona lettura.

Satyrandroide è disponibile on line (su amazon, ebay, ibs, feltrinelli, mondadori store) e in libreria. Se non presente a scaffale puoi ordinarlo. 


Prossima presentazione: Sabato 4 Maggio presso Libreria Luna di Sabbia (Trani)


SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio: 13. L'arte di Jakub Rozalski

Jakub Rozalski è un illustratore, o meglio un visionario.
Le sue tavole sono come delle finestre, degli scorci, attraverso i quali l’osservatore può spiare un mondo pseudo fantastico. Si “pseudo” perché quello di Rozalski è un mondo non proprio fantastico ma una rappresentazione che deriva da un doppio sguardo. 
Nelle sue tavole vi è un mondo belligerante, o una quotidianità rustica, quasi sempre ascrivibili a contesti che spaziano tra la prima rivoluzione industriale e la seconda guerra mondiale. Su questa estetica rinnovata l’artista polacco proietta presagi, incubi ed inquietudini propri di quei periodi ma che per chissà quale inganno ci risultano tremendamente familiari. Si tratta di “demoni” che prendono la forma di “robot” abnormi a vapore, presenze gigantesche offuscate nella nebbia, marchingegni squadrati e antropomorfi, animali ostili degni della più classica tradizione fiabesca ottocentesca. 
Lo considero tra i disegnatori stemapunk più ispirati proprio per la sua capacità di immaginare un mondo in cui un’estetica del nostro più reale passato accoglie figure immaginarie come se fossero state reali allo stesso modo. Il risultato finale sono scene che portano a galla ciò che forse gli occhi non vedono ma che il cuore tutt’oggi avverte sin nel profondo. Un gioco, questo, che forse ha ispirato la riplasmazione di alcuni luoghi reali di Satyrandroide.

P.s.: sono stato a Westerplatte e la sensazione che Rozalski vuole trasmettere nella relativa tavola è forse tra le più vicine a quelle che si possono provare oggi, stando sulla punta della penisola polacca, tenendo ben a mente i fatti dei ’39.  









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Prossima presentazione: Sabato 4 Maggio presso Libreria Luna di Sabbia (Trani)

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 12: Due dei primi spettacoli visti a Teatro

Tra i miei più bei ricordi delle scuole superiori ci sono due spettacoli, visti in due giorni consecutivi insieme alla classe, nel Teatro Kismet di Bari

Il primo si intitolava “Assalto al Paradiso”, della compagnia Teatro Crest: era la storia di un gruppo di ragazzi delle periferie più disagiate, vite al limite che si intrecciavano tra dinamiche di violenza e frustrazione. Vi era in quella rappresentazione un realismo estremo forgiato non solo da interpretazioni severe ma anche dal linguaggio duro e diretto con cui i dialoghi erano scritti. Tuttavia ad impressionarmi maggiormente era la scena teatrale, nel suo insieme, che prevedeva il pubblico a stretto contatto con gli attori come a rappresentare l’indifferenza nella quale si consumavano i drammi. E allora capitava di essere oggetto di sguardi fulminei, di ritrovarsi ad un metro dal gruppo di teste rasate che urlavano il loro odio, di assistere muti ai soliloqui dei personaggi sempre più persi nella loro condizione.

La rappresentazione del giorno successivo, sempre del Teatro Crest, fu ancora più toccante. Non ricordo il titolo ma questa volta si basava su una disposizione classica: gli attori sul palco e gli spettatori sugli spalti. Vi erano due personaggi: un uomo magro, triste, legato ad una sedia con delle corde e un altro uomo, più robusto, che lo assisteva seduto su un’altra sedia. La vicenda si svelava già nella prima metà ed era quella di un uomo disperato, quello robusto, rimasto senza lavoro, caduto nei traffici illeciti della criminalità organizzata. Aveva ora un incarico da portare al termine: custodire un immigrato (molto riuscita era la sua parlata, un italiano infarcito di termini e cadenze francesi), destinato il giorno dopo agli uomini del mercato clandestino degli organi. Il dramma era spesso intervallato da scene esilaranti legate alla diversità culturale, nonché alle difficoltà che la situazione imponeva, ma ciò che emergeva man mano che si andava avanti era proprio la tragicità del personaggio robusto che, attraverso il suo ostaggio, doveva fare i conti con la sua coscienza e contro una natura che non gli era mai appartenuta. 
Forte, intenso ed estremamente umano. Ne rimasti folgorato.



Nonostante siano passati tanti anni ho ancora in mente immagini molto lucide di quei due spettacoli, in particolare del secondo, immagini che avranno sicuramente influito non solo nella costruzione della condizioni di estraneità e dannazione di alcuni dei personaggi di Satyrandroide, ma anche nella stesura del mio primo racconto pubblicato su una rivista accreditata: “Pensieri di un Povero Caronte”, racconto in cui si narrava proprio di un uomo tormentato alle prese con un incarico molto difficile…

Buona lettura.

 

Satyrandroide è disponibile on line (amazon, feltrinelli, mondadori store, ibs) e nelle librerie. Se non è presente a scaffale potrai prenotarlo. 
A breve nuove presentazioni...

SATYRANDROIDE, Tra la Penna e il Calamaio. 11: Le Cosmicomiche

Una delle cose che più mi diverte fare quando scrivo è inserire qua e là velate citazioni. Mi riferisco ad elementi riconducibili a libri (ovviamente), film, canzoni, quadri e tutto quanto di artistico verso cui mi sento legato. Devono essere dei timidi riferimenti per dare modo al lettore di scorgere, come attraverso la fessura della chiave, l’opera in questione. E’ un gioco di incastri che si esaurisce nella stragrande maggioranza dei casi in una singola parola e che crea un livello di lettura per tutti quei lettori che prima del mio romanzo potrebbero aver condiviso quel disco, quel libro, quel film, etc.


Tra gli autori più citati in Satyrandroie c’è Italo Calvino.
A mio avviso è una delle esperienza letterarie più singolari della cultura italiana e forse l’unico, nel Novecento, ad avere uno sguardo remoto e vicino allo stesso tempo, capace di raccontare le cose da migliaia di anni luce di distanza con stessa la sensibilità di chi ti sta accanto. E l’unico a creare, nella sua scrittura, un immaginario moderno che con leggerezza riesce a ricongiungersi con la cultura classica e medievale.

Tra tutte le sue opere vi è un libro allucinato che tende facilmente a sfuggire a qualsiasi definizione. All’indomani dalla pubblicazione qualcuno provò a definirlo come l’inizio di una nuova fantascienza, affermazione che fu prontamente smorzata dallo stesso autore. Non è facile dire cosa sia “Le Cosmicomiche” (chi avrà letto il mio romanzo saprà subito dove siamo) e a dire il vero non è facile dire se si tratta di un romanzo o di una raccolta di racconti. E’ forse più lecito parlare di un grande racconto sulla cosmogonia in cui il vero protagonista è la stessa Creazione, narrato da una indefinita entità dal nome che è di per sé un gioco di riflessi: qfwfq.
E’ proprio questa entità ad accompagnare il lettore nell’esplorazione di quel nulla da cui si generò il tutto, attraverso immagini fortemente colorate e fiabesche: persone che cercano di conquistare la luna calando funi, bambini che lanciano atomi nell’universo come fossero biglie, resti di dinosauri che generano fantasmi e tanto altro.

Buona caccia (di citazioni!).


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A breve nuove presentazioni...

Le presentazioni di Satyrandroide: locandine, video e foto

Satyrandroide è uscito in tutta Italia all'inizio di questo febbraio e con esso è partito il mio tour di presentazioni. E' un'esperienza, un viaggio, che mi voglio godere e proprio per questo tendo a vivere le presentazioni come degli incontri piacevoli e godibile, ricchi di idee e argomenti che partendo dal libro si estendono ad ogni altro ambito della realtà e della fantasia. Una chiacchierata insomma col relatore e con le persone, intervallata da letture di estratti del romanzo. 

Il primo incontro si è tenuto ad Andria, presso la libreria Persepolis. 
A dialogare con me un amico, ma anche un umanista che si divide tra insegnamento e guide turistiche nelle zone di Castel del Monte, Bari e Matera: Alessandro Di Nunno. 
Ecco qui alcuni momenti: 











Il secondo incontro invece si è tenuto nel mio paese, Corato, presso Lapis Architettura, uno studio provvisto di ampi spazi e arredamenti raffinati e accoglienti allo stesso tempo. A parlare con me l'amico di una vita (e di innumerevoli chiacchierate su innumerevoli argomenti in innumerevoli contesti): Vito Amendolagine.
Ecco qui alcuni momenti










L'omelia contro gli androidi
(reading con partecipazione)


La vista di Matera



Il terzo incontro si è tenuto a Trani presso la Libreria Luna di Sabbia, una libreria incastonata nel centro storico, a due passi dal porto. A parlare con me di nuovo Vito Amendolagine.







La quarta presentazione si è tenuta venerdì 23 agosto nell'ambito della manifestazione "Libri nel Borgo Antico" giunta quest'anno alla sua decima edizione.
Sotto la splendida cornice del duomo di Bisceglie, a farmi compagnia con una bella e interessante chiacchierata Gianpaolo Altamura, ricercatore e giornalista, nonché amico di una vita.








In attesa di comunicare le prossime date ringrazio qui tutti coloro che mi hanno aiutato nell'organizzazione. Ma soprattutto i presenti agli incontri che hanno contribuito, con la loro curiosità e la loro vivacità, a far sì che delle presentazioni di libri si trasformassero in concentrazioni di materia umana e sognante.

Un drubble è un racconto di fantascienza composto da 100 parole. È un mini racconto, uno spioncino da cui osservare la scena di un mondo be...