"Uomo nel buio"

Recensione scritta per il Laboratorio di Lettura Creativa su Lo Stradone.



Pensando al tema “L’io diviso: l’altra faccia dello specchio” il primo titolo che mi è venuto in mente è “Uomo nel buio” di Paul Auster (Einaudi 2010). Si tratta di un romanzo sull’America post Bush, ovvero su quell’America che risvegliandosi da un lungo incubo si decide a guardarsi allo specchio è capire cosa è diventata, nel bene e nel male.

Paul Auster appartiene a quella razza di scrittori che ama raccontare storie.
Il loro stile non presenta un taglio netto, le loro trame non sono lineari e quando scrivono sembrano dei piloti che dirottano il proprio aereo ad ogni occasione. Usano sovrapporre mondi, e quindi storie, come a costruire un intreccio labirintico che si scioglierà solo alla fine. Ecco, “Uomo nel buio” è forse uno dei romanzi più rappresentativi di questa scuola.
L’epicentro del romanzo è una casa, una grande casa. Uno dei suoi abitanti è August Brill, anziano letterato che trascorre le sue giornate chiuso nella sua stanza, al buio, a raccontarsi storie. Questa volta si inventa la vicenda di Brick, un uomo che da un giorno all’altro si vede scaraventato in un universo parallelo, in particolare in un’America sfociata nella guerra civile subito dopo le prime elezioni di Bush. In questa America non esiste né Undici Settembre né ciò che ne è derivato. “E World Trade Center? / Le torri gemelle? Quei grattacieli alti di New York? / Esatto. / Embè? / Sono ancora in piedi? / Certo. Cosa le prende?”. Esiste solo un Paese diviso e in lotta. Brick capisce subito di trovarsi in una dimensione che non gli appartiene e vuole tornare al suo vecchio mondo, in quello che lui considera reale. Ma per farlo c’è un solo modo: uccidere l’autore.
Brick è una delle tante fantasie con cui il vecchio Brill si mantiene lontano dalla realtà: “Questo è il cuore di tutto, il nucleo nero della notte, quattro ore buone ancora da bruciare, e ogni speranza di sonno ridotta in frantumi. L’unica soluzione è lasciarmi alle spalle Brick […] e poi inventare un’altra storia”. E’ un esilio il suo che durerà fino a quando l’altra inquilina della casa, la nipote Katya, penetrerà nella sua stanza con il carico della sua storia, o meglio con quella del suo ragazzo morto in Iraq. Solo allora Brill si ritroverà a tu per tu con la realtà e con un’America persa in una tragedia di cui è vittima e carnefice allo stesso tempo.
La sentenza fu eseguita come preannunciato, settantadue ore esatte dopo che Titus era stato rapito dal camion e gettato in quella stanza con le pareti in calcestruzzo. Non so ancora perché ci siamo sentiti in obbligo di guardare il filmato – come se fosse un debito, un dovere sacro. Lo sapevamo tutti che ci avrebbe ossessionato per il resto della vita”. Cos’è “Uomo nel buio”? Un tentativo di raccontare il mondo attuale tramite gli incubi di chi lo vive? Una critica ad un’America segregatasi nei propri confini e quindi incapace di una lucida osservazione? O una riflessione su un Paese che, appena risvegliatosi dal sonno in cui era piombato insieme alla propria coscienza, guarda in faccia se stesso. Il romanzo di Paul Auster è un po’ tutto questo. Pubblicato infatti all’inizio del mandato Obama è, insieme ai film Game Change e W, una delle prime grandi analisi della disastrosa amministrazione Bush.

Libro consigliato a chi è piaciuto: “Opinioni di un clown” romanzo di Heinrich Boll, “La svastica sul sole” romanzo di Philip K. Dick, “La 25° ora” film di Spike Lee.

Un'osservazione su "Principi Attivi"



Si è conclusa la terza edizione di Principi Attivi, l’iniziativa della regione Puglia che finanzia start up con Venticinque mila euro a fondo perduto. Tra vincitori ed esclusi basta scorrere le graduatorie, con i loro punteggi, per farsi un’idea non solo di cos’è Principi Attivi ma anche della reale condizione dei giovani in Italia. Basta infatti notare i pochi punti di scarto tra la classifica alta e quella media per scoprire quanti progetti validi siano stati esclusi a causa dell’elevato numero di partecipazioni (parlo chiaramente in generale, non facendo alcun riferimento alla mia esperienza). A guardarle, tutte quelle esclusioni sono in qualche modo il sunto delle povere e sterili politiche (non) attuate sul lavoro negli ultimi decenni.

Ma tralasciando le critiche alla politica in questo post farò delle brevi considerazioni su quello che mi è parso sia Principi Attivi (anche se dubito che tali considerazioni possano esser utili, dato che questa terza edizione, a quanto pare, sia stata l’ultima).
Innanzitutto Principi Attivi finanzia start-up. Può sembrare un’affermazione scontata, risaputa, ma in realtà è un nodo cruciale su cui riflettere. Dunque, si finanziano non imprese o realtà volte a creare posti di lavoro, ma laboratori in cui sperimentare idee. Non è un caso infatti che, a parte i progetti più brillanti e veramente innovativi, la stragrande maggioranza di quelli finanziati siano associazioni e cooperative che una volta esauriti i venticinque mila euro presentano esigue possibilità di continuità. Ancora meno di crescita (Leggi articolo su Il Fatto Quotidiano).
Come diceva il mio socio, Principi Attivi non è in verità un modo di creare posti di lavoro bensì un modo per fare scouting di idee e, allo stesso momento, un laboratorio in cui scoprire in quale direzione va il mondo. Volendo essere un po’ più cattivi è come se l’attuale classe dirigente, ammettendo di essere a corto di progetti, e di non avere neanche la più vaga idea di come affrontare le difficoltà dei nostri tempi, decidesse di rubare le idee dai giovani nella speranza di trarne qualche spunto.
A conferma di tutto ciò basta scorrere i titoli vincitori, ascoltare i redattori o semplicemente fare un censimento delle due edizioni precedenti per farsene un’idea. Non si tratta di progetti integrati e sfaccettati, volti a coprire più aree possibili per far fronte alle esigenze di bilancio, ma di idee univoche ben radicate in un solo settore. In altre parole si tratta di sperimentazioni di un anno delineate in un unico contesto. E’ quindi inevitabile che il terreno ideale su cui svolgere tali sperimentazioni siano associazioni e cooperative (tali forme, infatti, permettono una tassazione e una spesa generale di gestione minime o addirittura nulle).
A questo punto però viene da chiedersi: se un’associazione o cooperativa prosciuga tutti i fondi per poi ritrovarsi a fine anno con esigue entrate, come può garantirsi un futuro? Come può avere, detto in gergo, un follow up? E’ un po’ lo stesso interrogativo che si poneva nell’articolo comparso su Il Fatto Quotidiano.  
A fronte di quanto detto se mi ritrovassi a dare dei consigli a partecipanti di un’eventuale nuova edizione direi che probabilmente una chiave vincente può essere l’originalità del progetto e il suo livello di sperimentazione nell’arco dell’anno. Il follow up e la fattibilità, a notare i criteri di selezione, sono affari che riguardano più i diretti interessati al termine dei finanziamenti anziché la commissione valutatrice.

Con questa critica non intendo denigrare Principi Attivi. Essa resta una discreta politica per i giovani che si avvalora ulteriormente davanti allo sconfortante e desolante panorama delle politiche sul lavoro (non) attuate negli ultimi vent’anni. Se poi confrontiamo Principi Attivi, un semplice bando a carattere regionale, con ad esempio la riforma Fornero, una politica nazionale adottata da un governo cosiddetto tecnico, allora quella di Ventola è una iniziativa che assume lo stesso colore dell’oro.
Detto questo va comunque ribadito che il lavoro, colonna portante della costituzione italiana e linfa insostituibile per ogni economia, urge politiche ben più adeguate e mirate. 

Un drubble è un racconto di fantascienza composto da 100 parole. È un mini racconto, uno spioncino da cui osservare la scena di un mondo be...