Napoli e Pompei (giugno 2017)

Napoli è un labirinto costruito da millenarie esperienze e culture le quali, come tasselli di un gioco dalle infinitamente combinazioni, si mischiano l'una nell'altra forgiando così matrimoni surreali e commistioni improbabili ma folgoranti. 
Alcune delle meraviglie sono celate in vicoli, in viuzze non certo dritte, come se un'entità superiore si fosse preoccupata sin dal principio di nasconderle e di invitare così gli esseri umani a scoprirle. Come in una gigantesca e spiazzante caccia al tesoro. 
E' così, per esempio, che quando meno te l'aspetti, quello che può sembrare un vicolo cieco si rivela, all'improvviso, il portale d'accesso ad un modo sotterraneo e, per certi versi, parallelo. 


Si, Napoli Sotterranea è anche in qualche modo parallela in quanto è proprio lì che si annidano alcune delle leggende e dei misetri della città.
Nata come conduttura d'acqua scavata dai fondatori ateniesi, oggi è un labirinto, a quaranta metri sotto terra, di centinaia di chilometri fatto di cunicoli (a volte così stretti e bui che si percorrono con una candela in mano), pozzi d'acqua, grotte che hanno conosciuto, nel periodo moderno, vari usi. Tra cui bunker (seconda guerra mondiale) e laboratori di esperimenti biologici.
Nel periodo in cui parte dei sotterranei fungevano ancora da acquedotto della città, vi erano alcuni addetti alla manutenzione. Questi manutentori, proprio per il loro vivere sotto terra e per la possibilità di accedere segretamente in molte case (grazie a pozzi e pertugi), senza volerlo hanno alimentato varie dicerie su fantasmi, folletti dispettosi, nonchè leggende entrate poi nell'immaginario collettivo (come gli idraulici con cui le donne finivano per intrattenersi).


Una delle caratteristiche più incredibili dei sotterranei è che questi sono collegati direttamente con le vite delle persone. Come, per esempio, la cantina di una vecchia signora, a cui si accede da una botola presente nel pavimento sotto il letto, che gli archeologi scoprirono essere le quinte di un anfiteatro romano.


Napoli è una città pagana. E' una città occulta. 
E' una città che vive di modi paralleli in un universo impazzito che schiude ogni accesso permettendo a questi mondi di interagire e mischiarsi. Simbolo di questa commistione è Pulcinella, viaggiatore tra il mondo dei morti e quello dei vivi. 


Sua Maestà, il dio che dall'alba dei tempi detiene il destino di questa città. Colui che ne modella la superficie e i sotterranei. Se Napoli è un labirinto, il Vesuvio ne è la porta delle porte.


Siamo in una zona da sempre sismica e, di conseguenza, soggetta a terremoti. Come sempre accade, le società tendono ad esorcizzare le proprie calamità con storie, miti e leggende. 
Il cuore dell'"immaginario sismico" di Napoli è il Castel dell'Ovo, primo castello della città, costruito dai normanni, poi via via ampliato dai dominatori successivi. Il castello prende il suo nome proprio dalla leggenda, che lo vede custodire un uovo riposto dal poeta Virgilio (nel medioevo visto più come un mago che un poeta). Quest'uovo serviva proprio a tenere in equilibrio l'intera città. Qualora l'uovo dovesse rompersi o spostarsi la città crollerebbe.

Una leggenda che rende ancora più magico questo posto e che immortala e canta il carattere tumultuoso, concitato, ma allo stesso tempo romantico, di questa terra e dei suoi abitanti. 



Una concitazione che è, a sua volta, un tradimento di un magma millenario e pagano. Se volete avere un'idea di come il paganesimo sia stato linfa vitale per il cristianesimo, per le sue manifestazioni e le sue ritualità, non c'è città migliore al mondo di Napoli. 


Pompei: da qui all'eternità. 
E' un vero viaggio nel tempo. O forse in un mondo parallelo (uno dei tanti di Napoli) in cui il tempo è stato vinto. 


Fa commuovere un'immane tragedia. Qui quasi 2000 anni vengono cancellati creando una vicinanza temporale unica. 
Ma quello che stupisce di Pompei è questa sua tangibile "immortalità". E' come un racconto continuo e fruibile con tutti i cinque sensi, un insieme di vite, esperienze, storie, sogni congelati un attimo prima che tutto finisse. Al di là del valore storico e archeologico, Pompei è un'esperienza umana che finisce per far diventare anche noi, per qualche ora, cittadini di questa dimensione atemporale.





L'interno dell'anfiteatro di Pompei. Provate l'acustica!


Casa del Poeta Tragico
"Procediamo nel corridoio, attratti dalla luminosità crescente dell'ambiente che si apre davanti a noi. Arrivati in 'cima' all'ingresso (che i romani chiamavano fauces) si apre una piccola meraviglia, l'atrio (atrium), e subito veniamo investiti da un'esplosione di colori e luce".
Da "I Tre Giorni di Pompei" di Alberto Angela  


Il Teatro Grande. A Pompei, come in tutta l'antichità, sapevamo come fare spettacolo.


Napoli è la città del peccato. Ma abbandonate ogni volgarità, poichè qui anche peccare è un'arte, una delle tante prese dagli antichi. Qui si pecca in grande stile...


Napoli è una città che si visita come si visita una nazione intera. Ci si perde con molto piacere nella sua moltitudine di esperienze e culture. Ci si perde emozionandosi davanti ai suoi mille volti, talvolta oscuri e misteriosi, altre volte gioviali e vivaci, altre volte ancora sacri e profani. E', insomma, una città che si può inseguire a lungo, visitarla mille volte senza mai arrivare alla sua completezza. Come una donna affascinante e fugace, dai natali occulti, che sa lasciarsi conquistare, prendersi, per poi fuggire e lasciarsi conquistare ancora una volta. 
Visitarla, scoprirla, viverla è una danza indiavolata votata all'eternità.



Uprising - Il canto della rivolta di Varsavia dei Sabaton

Nell'agosto del 2015 intrapresi un viaggio in Polonia, da nord a sud. Precisamente da Danzika a Cracovia. 
Sapevo che sarei andato alla scoperta di una terra che è stata, nel Novecento, un principale campo di battaglia, nonchè chiave di volta di molti eventi. Quello che però non sapevo è che tutti gli eventi che si sono sviluppati in quella terra hanno lasciato un'impronta indelebile, un'atmosfera palpabile in ogni città principale, carica di tragicità, eroismo, poesia e grandezza. 
Ecco un breve report di quel viaggio: Polonia 2015 

Quando ho scoperto "Uprising" dei Sabaton, esattamente pochi mesi dopo, è stato come trovare una canzone che desse la giusta colonna sonora alle sensazioni che avevo vissuto passeggiando, per esempio, per le vie di Varsavia.  

In questo articolo, scritto per la rivista lumeen.it, ho ricostruito l'eorica e tragica vicenda della rivolta di Varsavia prendendo spunto dai riferimenti contenuti nel testo e nel relativo vedoclip. 


 Uprising 
Il canto della rivolta di Varsavia dei Sabaton


Oggi parliamo di una rivolta.
Una che oggi rientra tra i capitoli più eroici e disperati allo stesso tempo della seconda guerra mondiale. Parleremo della rivolta di Varsavia e lo faremo attraverso uno dei pezzi più riusciti dei SABATON: “Uprsing”. Dall’album “Coat of arms” del 2010.

Nello sterminato panorama della musica heavy metal i SABATON si distinguono per la loro poetica del raccontare l’eroismo all’interno del contesto umano più efferato: la guerra. Storie di fratellanza, di punti di non ritorno, di resistenze e imprese disperate quanto tragiche. Proprio per questa loro poetica, e nonostante i dibattiti ancora aperti, la band svedese non poteva non raccontare della rivolta di Varsavia.

Il testo e il relativo videoclip contengono più riferimenti ai fatti reali di quanto si pensa e proprio qui proveremo ad illustrarvi il quadro che i SABATON hanno dipinto.

Do you remember when,
when the Nazis forced their rule on Poland
1939 and the allies turned away
From the underground rose a
hope of freedom as a whisper
City in despair,
but they never lost their faith

I fatti sono noti a tutti: il primo agosto del 1944 l’esercito nazionale polacco iniziò le ostilità contro l’esercito tedesco che occupava l’intero Paese da ormai cinque anni. La situazione a Varsavia era particolarmente disperata a fronte della costruzione del ghetto e delle pessime condizioni in cui vivevano i polacchi che vi erano stati confinati (non solo ebrei ma anche semplici cittadini).
Ma cosa fece davvero scaturire la reazione dopo ben cinque anni? I SABATON ce lo dicono quasi subito:

Whispers of freedom
1944 help that never came
Calling Warsaw city at war
Voices from underground

La reazione polacca era scaturita dal fatto che l’armata rossa era giunta ormai alle porte di Varsavia. Di fatti gli accampamenti potevano essere visti ad occhio nudo sulla riva opposta della Vistola (il fiume che taglia la città). Intraprendendo le ostilità si pensò che i russi sarebbero intervenuti a loro sostegno cacciando i tedeschi. Questo però non avvenne mai, o almeno non prima che la resistenza polacca fosse eliminata e la città venisse letteralmente rasa al suolo.
Il motivo di questo mancato intervento è oggetto ancora di dibattito storico, tuttavia ci sono ipotesi molto accreditate che riconducono il tutto ad una strategia per la spartizione della Polonia post guerra. Ma non è questa la sede in cui fare indagini storiografiche.

Voci dal sottosuolo.
Sangue versato sulle strade.
Le immagini narrate nel testo, e mostrate nel video, fanno riferimento non certo a campi di battaglia aperti ma più ad una guerriglia di strada. E fu proprio così. Si trattava infatti di un esercito di quaranticinque mila uomini mal addestrati e mal armati. Di conseguenza, non potendo affrontare direttamente la potenza tedesca, l’esercito ripiegò subito per tattiche di guerriglie urbane.

Women, men and children fight
they were dying side by side
And the blood they shed upon the streets
was a sacrifice willingly paid

La piega che prese la resistenza polacca fece si che tutto questo si tramutasse nella parte più tragica ed eroica allo stesso momento della storia della Polonia nella seconda guerra mondiale. In quanto guerriglia urbana la resistenza polacca fu quindi rappresentata non solo da soldati ma anche da semplici cittadini. Un movimento trasversale quindi che ebbe come simbolo una Pi che terminava con un’ancora (ben visibile nel video), spesso disegnata sui muri e spesso accompagnata dalla scritta: Warszawa, walcz!’ (Varsavia combatti!). 



All the streetlights in the city
broken many years ago
Break the curfew, hide in sewers
Warsaw it’s time to rise now

Le fogne divennero il rifugio dei combattenti e di tutti coloro che fuggivano dalla rappresaglia nazista sempre più severa e sanguinosa (fatto ripreso ampiamente in un film neorealista polacco). Combatterono tutti, soldati, uomini, donne e bambini, aspettando un aiuto che non sarebbe arrivato mai e realizzando ben presto che quella sarebbe stata la fine. 
Accerchiati, braccati e sotto una pioggia di bombe e rappresaglie, videro nelle fogne l'unica via di fuga, una via di fuga che si tramutò a sua volta in una trappola (come del resto ben raccontato nel film "I Dannati di Varsavia" di Wajda).

Ma l'epilogo va già ben oltre il racconto fatto in "Uprising", un pezzo che come da buona tradizione epica, ne enfatizza il coraggio, la voglia di riscatto soprattutto a fronte della tragicità della vicenda.
Ecco quindi il pezzo con il suo video ufficiale (girato non a caso in Polonia). 
Buon ascolto. Buona Visione. 



Il racconto della mia Tregiorni all'Acatraz Metal Fest (Courtrai - Balgio)

L'11, 12 e 13 sono stato al grande Alcatraz Metal Fest, nelle Fiandre.  Per Lumeen.it il racconto di questa folgorante, orgiastica e metallara Tre giorni. 

Le Fiandre sono una terra incantata e silenziosa, abitata da borghi medievali dall’atmosfera fiabesca, chiese imponenti e gotiche, palazzi splendenti di raffinate architetture e fiumi d’acqua che si insinuano candidamene nelle città. Vecchio e nuovo, natura e artifici, culture francesi e fiamminghe, qui tutto convive in un’armonia e una discrezione uniche.
Ma a questo mondo non esistono calma e silenzio senza un rito propiziatorio ed esorcizzante che ne esalti gli opposti. Proprio qui, nell’estrema periferia della medievale Kortrijk, ogni anno un vulcano di musica e convivialità erutta per tre giorni tutta quel magma che arde appena sotto il verde rigoglioso. L’Alcatraz Metal Fest è un’istituzione in Belgio e di questo ce ne accorgiamo non solo dalla massiccia partecipazione, bensì anche dall’appassionato coinvolgimento degli stessi spettatori: musica, birre, abbigliamenti a tema e crowdsurfing come se non ci fosse un domani. Ad accorrervi persone di ogni generazione, dai diciotto ai settant’anni, a volte accompagnati da rispettive famiglie e giovani leve, eredi di una passione che qui sa quasi di religiosità o stile di vita. Nelle doverose gite mattutine, tra Brugge, Gand o la stressa Koutrijk, si scopre come l’atmosfera dell’Alcatraz abbia contagiato l’intera regione: si incrociano gli inconfondibili metalhead, con cui ci si scambia uno sguardo di saluto e intesa.

Venerdì 11 agosto
Nel pomeriggio la navetta nel dipartimento fieristico ci porta in pochi minuti all’ingresso. Il tempo di esibire il biglietti e legarci il braccialetto al polso e siamo finalmente dentro all’unico grande carcere al mondo che rende liberi.
Di fronte a noi il presidio, un enorme stand a forma di caserma volto a creare un’area che dopo scopriremo conviviale e alcolica. Sulla destra si leva lo Swamp, la palude, un palco di medie dimensioni incastonato all’interno di un enorme tendone che fa da tetto a stand di birre e ad una pavimentazione in legno per qualche migliaio di persone. Come ci avevano detto due belga in aereo, ti accorgi di essere arrivato in Belgio dalla pioggia. Ora non piove ma lo farà. Sulla sinistra si allunga una distesa verde, già popolata da migliaia di persone fino al monumentale main stage, precisamente the Prison. E’ la riproduzione di una facciata carceraria con tanto di torrette d’avvistamento da cui, a ritmi di musica, si scatenano folgoranti fiammate. Una delle due mascotte del festival, la guardia carceraria marciante a gambe storte e con la chitarra elettrica, sembra invitare ad un ebbro baccanale. Due maxischermi occupano le parti laterali. Al centro si apre l’enorme palcoscenico che ha già ospitato i DYSCORDIA e i PRATTY MAIDS
.


 

Seguiamo la fiumana del momento che ci porta dritto sotto lo Swamp. Sul palco una scenografia fatta di vetrate gotiche a mosaici a tema demoniaco fanno crescere l’attesa per la nuova band. Entrano uno alla volta e David Bower si presenta per ultimo con la sua espressione grottesca, la corona di spine e il cappotto rubato da qualche dandy londinese. Gli altri membri non disdegnano di assecondarlo con coreografie perfettamente sincronizzate: gli storici HELL si presentano sin dai primi minuti con tutto il loro irruente e peculiare impatto scenografico. Giù dal palco è il delirio: vortici e poghi si scatenano sfidando le leggi della fisica, su di essi scorrono i crowdsurfer, spinti sulle teste di tutti come legna su un fiume in piena fino alle transenne. Qualche pausa, giusto per gustare le arcane e spettacolari scenografie degli HELL composte da trampoli, maschere, fiamme e danze indemoniate, e poi di nuovo in battaglia.



Si susseguono le band, gli ingressi eruttano sempre più spettatori, stand di cibi e bibite, cd, vinili e merchandising di ogni tipo, diventano punti da cui si formano code e gruppi. Calano le tenebre, è il caso di dirlo, è sul Prison salgono i mitici GHOST, ultimo nome ufficializzato dagli organizzatori.
Tobias Forge si presenta da subito con la sua tenuta papale mentre intorno a lui i membri, con la tradizionale mascherata argentata, si scatenano con veemenza e presenza scenica, balzando a ritmo di musica dai gradini del palco. Ognuno di loro è uno spettacolo che riesce a conferire maggiore energia ad ogni pezzo. Sono novelli clown di questo Grand Guignol musicale, alle prese con gag e malefici dispetti (come quando uno dei chitarristi si esalta strimpellando il riff di “Shine On Your Crazy Diamond”). Nella scaletta c’è tutto il meglio dei tre album finora prodotti: “Ritual”, “Mummy Dust”, “He is”, “Cirice”, “Year Zero”, eccetera. E’ un crescendo di intensità e sontuosa fascinazione, uno spettacolo di heavy metal misto a teatro grottesco (grazie ad un Forge che sembra sempre più uscito da un horror degli anni Venti) che culmina con festeggiamenti pirotecnici.
Ma la giornata non è finita: nello Swamp DIRKSCHNEIDER rinvigorisce i cuori di un pubblico, in maggioranza di mezza età, con il suo repertorio più incalzante e implacabile, capace di riportare a nuova vita anche il settantenne con l’ennesima birra in mano e le mille cicatrici di una vita (ce ne sono, eccome!). E’ proprio qui che ci accorgiamo che se per noi, trentenni, DIRKSCHNEIDER è un pezzo di storia del rock in qualche modo sempre incandescente, per questi uomini è molto di più.

Sabato 12 agosto
Nonostante la massiccia partecipazione e lo spirito con cui è vissuto, l’Alcatraz è un festival che fuori dal Belgio gode senza dubbio di una fama minore rispetto ai grandi raduni come il Wacken e il Graspop. Di questo ce ne accorgiamo dalle espressioni di stupore e stima che compaiono sui volti dei curiosi quando diciamo loro di essere italiani. “Rispetto”, dice uno mettendosi la mano sul cuore. Da queste parti la gente è parecchio ospitale e socievole. Specie dopo qualche birra.
E’ il secondo giorno e da oggi si fa sul serio. E’ sufficiente spulciare il programma, scoprendo per esempio che i RAGE aprono già alle 10.45, (scelta non certo felice secondo molti partecipanti) per farsi un’idea di come stanno le cose. Alle 17 puntale cessa di piovere e sul The Prison salgono gli ICED EARTH. E’ da subito una tempesta di puro heavy. Pochi effetti speciali, pochi trucchi scenici come vuole la vecchia scuola: il loro concerto è una acrobazia sonora dopo l’altra, un rapido e implacabile susseguirsi di pezzi (storici ma anche dell’ultimo album) che non danno scampo, una trama sonora articolata e graffiante sulla quale Stu Block, monumentale e virtuoso, alterna acute saette al suo robusto e severo cantato.



E’ un pomeriggio mitragliante e infuocato, uno di quelli in cui ci si chiude temporaneamente nelle trincee per poi rispuntare al primo nuovo grande fuoco, un fuoco sonoro che qui riesce estasiante e rinvigorente. I TESTAMENT sfornano il loro repertorio da battaglia come un mitra e lui, Chuck Billy, sempre con la mezz’asta del microfono a mimare una terza chitarra fantasma ma onnipresente. Billy è visibilmente emozionato dalla felice e vivace concitazione che si scatena appena giù dal palco ed è proprio lui, ad un tratto, a dirigere i giochi: incita il pubblico a dividersi in due fazioni contrapposte, lancia la bacchetta, appena rubata dal batterista, nel centro ora vuoto. E’ il via: le due fazioni corrono l’una contro l’altra fino ad impattarsi, anzi a mischiarsi. Se all’Alcatraz i metalhead fanno parte tutti di un’unica famiglia, il wall of death ne è la celebrazione più gloriosa.



A seguire i VENOM di Cronos infiammano, musicalmente e letteralmente, lo stesso palco. Ormai si va a ritmi serrati e il pubblico è costretto a fare delle scelte. La vecchia guardia, sempre forte e vispa, con le giacce di jeans interamente rattoppate da loghi e mascotte di gruppi e album, o con t-shirts di band vecchie o nuove, con qualche capello bianco e la pancia tonda, rimane a scatenarsi avanti all’inferno di Cronos. Tutti gli altri, noi compresi, ci lanciamo verso lo Swamp.
ABBATH, fresco di uscita dagli IMMORTAL e della ridicola caduta in Slovenia, si presenta nel buio del tendone col suo tradizionale face painting e con la scura armatura borchiata. Nel buio, appena squarciato da coni di luce blu notte, prende a sputare fuoco come un figlio di un’era remota e pagana in cui il fuoco, nella sua sacralità, diventa rito e spettacolo allo stesso momento. Ma quest’aria arcana e solenne viene infranta dopo il primo pezzo con frasi stridule e incomprensibili dirette al pubblico, uno scherzo grottesco e isterico che fa di lui una parodia di sé stesso. E il pubblico ci sta alla grande, salutandolo con le corna e giochicchiando con palloni gonfiati che saltano qua e là tra gli ormai immancabili crowdsurfer. Ma scherzi a parte, qui si fa grande musica e proprio per questo non possono certo mancare i classici degli IMMORTAL come “One by One” e “Tyrants”.



E’ un tour de force. ABBATH ha appena salutato col suo scream mentre sul fronte opposto, in un palco dominato da vampe che squarciano la notte i SAXON riportano il pubblico dell’Alcatraz alle radici del metal. Una carrellata di classici, dagli anni Settanta fino a pezzi migliori di “Battering Ram”, intervallati da brevi introduzioni e aneddoti raccontati da un Biff, qui affabulatore più che mai, con quell’aria da divoratore di strade mista ad certo un fare raffinato. Conclude con “Pricess of the Night” indossando la giacca di jeans, interamente rattoppata, ricevuta da uno dei suoi attempati fans ora concentrati appena sotto il palco.



A concludere la giornata, in un’atmosfera notturna e solenne senza variazioni di tema, gli americani WOLVES IN THE THRONE ROOM. Il loro è un black intenso e martellante, selvaggio e virtuoso allo stesso tempo. Sul placo, come sacerdoti di un rivoluzionario e religioso neoprimitivismo, generano una magia oscura capace di far cadere in trance il pubblico rimasto. Si riconoscono appena le loro sagome, talvolta inermi e talvolta colpite da ritmi indiavolati. La tastierista alle loro spalle è una forma sinuosa che culmina in una folta chioma e che si piega in un incessante e irrefrenabile headbanging. Non interagiscono, non scalpitano, non fanno nulla che possa minimamente far cadere l’atmosfera e tirarli fuori da quello stato di trance. E proprio con loro, e la loro tenace forza selvaggia, alle due di notte finisce anche questa seconda giornata.

Domenica 13 agosto

L’Alcatraz non è un affare per bambini. Anzi si, lo è. Il pubblico è decisamente eterogeneo e va dagli adolescenti ai metallari attempati, dalle comitive di ventenni alle famiglie con tanto di bambini a seguito, provvisti di cuffie a difesa dell’udito. Per dirla tutta non vi è un concerto in cui si possa trarre un’idea di quali possano essere i gusti prevalenti di una fascia d’età: tutti ascoltano tutto, è uno scenario stupendo che si ripete ad ogni concerto. E così, giusto per farsi un’idea, il terzo giorno, quando il calendario prevede quasi in totalità la presenza di band degli anni Novanta, dalle sonorità decisamente diverse da quelle classiche, si vedono sessantenni con giubba di jeans, corredata da mille toppe, avvicinarsi zoppicanti al palco appoggiati alle loro mogli, a loro volta con immancabile chiodo. Dalla resistenza che oppongono al tempo e alla vecchiaia, dalla passione che anima i loro occhi e i loro movimenti, sembra di avere davanti dei moderni guerrieri nordici che trovano la celebrazione del proprio spirito proprio nell’heavy metal. ENSLEVED, TRIVIUM, I AM MORBID (qui al posto degli sbadati MORBID ANGEL), loro sono sempre in prima fila. Vi è uno in particolare, basso, tozzo, sempre a torso nudo, dal volto solcato dalle rughe e dai capelli lunghi e bianchi, che avrà accumulato in questa tre giorni un centinaio di viaggi sopra le teste del pubblico. E’ uno di quei volti sempre presenti che il nostro occhio elegge a mascotte. Proprio durante gli ENSLEVED un padre e un figlio emergono dalla folla allontanandosi dal palco. Ad un tratto il figlio si guarda attorno confuso e timidamente indica al padre, alle sue spalle, di seguire alla volta dell’uscita dal tendone. Il padre, sulla cinquantina, con un sorriso felice ed inebriato dalla musica, gli fa cenno di no col capo per poi indicargli la direzione del palco. Questi allora, travolto da una nuova ondata di euforia, si rituffa indietro al cospetto della band. “Qui sono tutti pazzi”, ci vien da dire ridendocela. Siamo colpiti da questo senso di festa esagerata, una di quelle feste a cui non si può rinunciare e a cui si deve dare il massimo. Ma anche una di quelle in cui tutti finiscono per interagire col primo che capita come mossi da un senso di fratellanza. Punto focale di questa festa è il Presidio, un’area intermedia tra i due palchi dove si concentrano migliaia di persone in piedi o sedute ai tavoli, gustando birra (qui si trova un piccolo assortimento di quello che il Belgio propone di meglio all’intera umanità), ascoltando la musica che il dj di turno propone, ballando o salutandosi in qualche modo con un po’ tutti. Da questo punto di vista la scena metal non ha eguali e l’Alcatraz ne è l’ennesima conferma. Un altro tizio brillo, sulla cinquantina, si lamenta con una giovane coppia di giapponesi, comodamente seduti su delle spiaggine, di DORO e di quanto lo infastidisca, anche se più in là, in prima fila, un esercito di donne di mezza età intonano ogni singolo pezzo con negli occhi il rapimento di quanto avevano vent’anni.



Sul palco dello Swamp campeggia una doppia cassa, che porta le immagini di due album ormai pietre miliari: uno è “Irreligious”, l’altro “Wolfheart”. A pochi mesi dall’uscita del nuovo album i MOONSPELL, come subito precisato da Fernando Ribeiro, fanno il pieno di energia gotica portando in tournèe i pezzi dei loro due album migliori. C’è un’atmosfera incandescente, sopra e sotto il palco, un entusiasmo che per certi versi si nutre di quel romanticismo oscuro tipico degli anni Novanta e che ora si è depositato nei cuori di tanti. La presenza scenica di Ribeiro e dei suoi compagni è esuberante, le scenografie, seppur costruite su semplici accorgimenti come i laser azzurri che dalle dita del cantante squarciano il buio, sono un enigmatico incanto, i pezzi, uno dopo l’altro, nel pubblico diventano cori da intonare dalla prima all’ultima parola. I MOONSPELL sono molto amati e loro ricambiano con una superbia presenza e un’affascinante teatralità. La loro mediterraneità, più unica che rara, coinvolge ogni presente al punto da fare di questo concerto forse lo spettacolo a nostro parere più sentito e vissuto dell’intero festival.

Sul lato opposto dell’area, laddove si erge il monumentale main stage, in concomitanza con il bis dei MOONSPELL, il palco si rivela interamente rimodellato da un’imponente e colossale scenografia: un enorme elmo vichingo, con tanto di robuste corna, campeggia al centro della scena. Su di esso monta la batteria. Ai lati si arrampicano due scalinate che portano dritto su un ponte che scorre tra la batteria e il telo, la bellicosa copertina di “Jomsvicking”. Tra mille spruzzi di fiamme che saettano da ogni dove gli AMON AMARTH infuriano nell’ennesima battaglia. Sono sempre uno spettacolo e, si sa, ad ogni tournée il loro potere incantatore cresce sempre di più. Tra un classico e l’altro, intervallati da pezzi dell’ultimo album, spuntano guerrieri vichinghi che duellano tra i membri della band, o campeggiano minacciosi sulle scale, e giganti draghi gonfiabili che Johan Hegg affronta come un redivivo Thor a colpi di martellate. Appena sotto, con grande piacere degli addetti alla sicurezza, un fiume in piena di crowdsurfer attraversa la vastità della folla fin sotto il palco.



E’ un finale a tamburo battente, una perla dopo l’altra a cui non ci si può sottrarre. Nello Swamp i PARADISE LOST, anche loro ormai prossimi di nuova uscita, capovolgono ancora una volta l’atmosfera del concerto con loro dark gothic metal di stampo “Draconian Times” (senza disdegnare perle di altri album). La loro è una presenza scenica più discreta (non poteva essere altrimenti) ma incisiva e mordente come il loro sound. Il pubblica intona i loro pezzi con lo stresso trascinamento e la stessa trance già vista nei MOONSPELL. Sarà l’effetto dell’undeground made anni Novanta.



A chiudere questa celebrazione pagana e corale a suon di metal, in tutte le sue sfaccettature, i KORN con la loro scenografia iperluminosa e i loro classici, un vulcano di luci e coreografie di mille fari danzanti e isterici. In quest’ultimo atto la folla non può che essere copiosa, più del solito: tra chi conduce la sua ultima battaglia tra le prime file, chi sosta nelle retrofile gustandosi lo spettacolo con una birra o, ancora più dietro, chi siede sul verde, il concerto esaurisce questa fantastica e orgiastica tre giorni. Lo spettacolo pirotecnico di rito segna la fine dell’edizione 2017, la decima per l’esattezza.

Con un certo senso di malinconia che sopraggiunge puntuale, con quella sensazione mista tra piena soddisfazione e repentina nostalgia, inizia l’esodo verso l’uscita. Siamo entrati come singoli individui, ora usciamo come un’unica grande famiglia. E’ la sensazione che ci si porta dietro quando un festival è riuscito. Si metta l’anima in pace il cinquantenne brillo che si lamentava di DORO con i giapponesi, poiché su una cosa la cantante teutonica aveva ragione: “We are metalheads”. Qualcuno temporeggia per farsi un’ultima scorpacciata visiva della folgorante e spettacolare follia che lo attornia, o per curiosare cosa sta accadendo sul palco (si sente qualcuno fare una dichiarazione di matrimonio ai microfoni). Qualcun altro si siede a terra per un’ultima birra in compagnia. Qualcun altro ancora giace per terra per qualche birra di troppo (del resto siamo in un Paese famoso proprio per le birre). Ad ogni modo le navette, appena fuori l’area camping, sono già pronte per il trasbordo delle migliaia di metalheads! Ma che aspettino pure…






La Storia del Metal dal 1970 al 2016: 74 pezzi che raccontano genesi, evoluzioni e tendenze

Avevo più o meno sedici anni quando mi capitò tra le mani il mio primo album metal (per così dire, aggiungerei oggi): Reload dei Metallica. Non certo uno dei loro album migliori, e non certo uno dei dischi più belli che abbia mai ascoltato, ma quel sound granitico e aggressivo fu per me una vera e propria rivoluzione musicale. Nel pieno dei monotoni e fievoli anni Novanta (almeno per quello che radio e tivù passavano), in un contesto cittadino e familiare in cui il rock si spingeva non oltre i Queen e gli Europe (nel migliore dei casi), Reload dei Metallica fu per me una scoperta esclusivamente personale, un tesoro tutto mio che mi aiutò a capire cosa davvero cercavo nella musica. 

Si aprì per me una porta che pian piano mi avvicinò ad altre grandi scoperte, a dischi diventati poi dei personali punti di riferimento: il primo album degli Iron Maiden e Powerslave, Painkiller dei Judas Priest, Immaginations from the Othersinde dei Blind Guardian, Clayman degli In Flames, The Gallery dei Dark Tranquillity e tanti altri. Un percorso, lungo e folle, un viaggio in terre straniere e malefiche, fatto di ricerca, giochi, scoperte e riscoperte che mi ha poi portato alla collaborazione con la webzine metal Lumeen.it

Cosa ascolteremo in futuro? 
In quest'epoca di contaminazioni e sperimentazioni combinatorie si può parlare ancora di metal? O, in generale, di rock? In attesa di nuovi esiti basta guardarci appena indietro per capire quanta bella musica è stata prodotta e quante esperienze musicali avremmo da assimilare meglio. Ce n'è per una vita intera...
Mi sono qui divertito a redarre una lista di pezzi che hanno in qualche modo segnato la storia del genere. Dagli albori, passando per tutte le scuole e le tendenze, fino ad arrivare alle evoluzioni più singolari e alla genesi di "scuole di pensiero". Una lista di 74 video per quasi 50 anni di metal: dal 1970 al 2016. 

Questa playlist non ha certo la pretesa di essere precisa ed enciclopedica e non a caso alcuni di voi troveranno sicuramente delle grandi assenze (a partire dai massimi esponenti del black norvegese, ad eccezione dei Satyricon). Questo perchè alla base di tutto c'è non solo un intento semi-storico ma anche un approccio tutto personale volto a raccontare, attraverso la musica, quello che è stato il mio percorso. 
Buon ascolto (e buona visione)! 

Vai alla Playlist: HISTORY OF HEAVY METAL (GODS AND EVOLUTIONS)



Paranoid (Black Sabbath) - 1970
Sabbath Bloody Sabbath (Black Sabbath) - 1973
Doctor doctor (Ufo) - 1974
Don't fear the reaper (Blu Oyster Cult) - 1976
Love Gun (Kiss) - 1977
better than you, better than me (Judas Priest) - 1978
Gates of Babylon (Rainbow) - 1978
Highway to Hell (Ac/Dc) - 1979
Breaking the law (Judas Priest) - 1980
Ace of Spades (Motorhead) - 1980
Phantom of the Opera (Iron Maiden) - 1980
Princess of the Night (Saxon) - 1981
22 Acacia Avenue (Iron Maiden) - 1982
No One Like You (Scorpions) - 1982
The Trooper (Iron Maiden) - 1983
Holy Diver (Dio) - 1983
Thor (Manowar) - 1984
The call of Chtulu (Metallica) - 1984
I Wanna be somebody (W.a.s.p.) - 1984
Crusander (Saxon) - 1984
Aces High (Iron Maiden) - 1984
Don't Let it End (Malmesteen) - 1985
Master of Puppets (Metallica) - 1986
Turbo Lover (Judas Priest) - 1986
Battery (Metallica) - 1986
I'm Alive (Helloween) - 1987

I am the law (Anthrax) - 1987
Defender (Manowar) - 1987
I want Out (Helloween) - 1988
Mother (Danzig) - 1988
Painkiller (Judas Priest) - 1990
Walk (Pantera) - 1992
Pull me Under (Dream Theater) - 1992
Edenspring (Dark Tranquillity) - 1995
Bright Eyes (Blind Guardian) - 1995
Opium (Moonspell) - 1996
Herr Spiegelmann (Moonspell) - 1996
Queen of Winter (Cradle of Filth) - 1996
The Beautiful People (Marylin Manson) - 1996
Mother North (Satyricon) - 1996
Funeral in Carpathia (Cradle of Filth) - 1996
Du Hast (Rammstein) - 1997
The Kiss of Judas (Strativarius) - 1997
Mourning Palace (Dimmu Borgir) - 1997
Pavane (In Extremo) - 1997
Insanity's Crescendo (Dark Tranquillity) - 1997
One Second (Paradise Lost) - 1997
Ballad of William Kidd (Running Wild) - 1998
Stargazers (Nightwish) - 1998
Got the Life (Korn) - 1998
Bite the Pain (Death) - 1998
Alleine Zu Zwit (Lacrimosa) - 1999
Pinball Map (In Flames) - 2000
Dawn of Victory (Rhapsody) - 2000
Papercut (Linkin Park) - 2000
Colossus (Borknagar) - 2000
The Genuine Pulse (Borknagar) - 2001
Sonne (Rammstein) - 2001
Deliverance (Opeth) - 2002
The Weellchair (King Diamond) - 2002
Heaven's a lie (Lacuna Coil) - 2002
The Pursuit of Vickings (Amon Amarth) - 2004
Ghost Loves the Score (Nightwish) - 2004
Son of the Staves of Time (Therion) - 2007
Ritual (Ghost) - 2010
Nightmare (Avenged Sevenfold) - 2010
Uprising (Sabaton (2010)
Invincible (Holy Martyr) - 2011
Sol Invictus (Atlantean Kodex) - 2013
Rusted Nail (In Flames) - 2014
No Hope in Sight (Paradise Lost) - 2015
Stranded (Gojira) - 2016
Era (Opeth) - 2016
Believer (Myrath) - 2016

Un drubble è un racconto di fantascienza composto da 100 parole. È un mini racconto, uno spioncino da cui osservare la scena di un mondo be...